LA TECNOLOGIA DI TESLA E IL POTERE DELLE PIRAMIDI

 

 
 
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venerdì 30 maggio 2014

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LA TECNOLOGIA DI TESLA E IL POTERE DELLE PIRAMIDI

 

Il Dr. Nikola Tesla ha riscoperto quello di cui erano a conoscenza gli antichi costruttori delle piramidi: piramidi, obelischi e pietre erette generano un flusso costante di ioni negativi, utilizzabili per migliorare gli ecosistemi e rinverdire i paraggi circostanti.

di Hrvoje Zujić © 2009
Sito web: http://www.scribd.com/hrvojezujic

Nikola Tesla (1856-1943) è stato con tutta probabilità il massimo, pressoché insuperabile inventore nei campi dell’elettricità e del magnetismo. Nel 1977, in occasione delle Celebrazioni per il centoventesimo anniversario della sua nascita, organizzate dall’Accademia Yugoslava delle Arti e delle Scienze, la casa editrice Školska knjiga di Zagabria ha pubblicato Le mie invenzioni, l’autobiografia di Tesla, libro nel quale l’inventore descrive (fra l’altro) la concezione originaria e lo scopo della costruzione della Wardenclyffe Tower a Long Island, che per vari motivi non venne mai ultimata né resa operativa. Segue uno stralcio del capitolo cinque del libro.

Un giorno, mentre girovagavo in montagna, cercai riparo da un’imminente tempesta. In cielo si addensarono grevi nubi, tuttavia in qualche modo la pioggia tardava a cadere sino quando, all’improvviso, vi fu il bagliore di un fulmine e, pochi momenti dopo, si scatenò un diluvio. L’osservazione di questo fatto mi indusse a meditare. Risultava evidente che i due fenomeni erano strettamente correlati da un rapporto di causa-effetto e, dopo una breve riflessione, giunsi alla conclusione che l’energia elettrica implicata nella precipitazione dell’acqua era irrilevante, essendo la funzione del fulmine assai simile a quella di un sensibile innesco. Vi era la possibilità di conseguire fantastici traguardi. Se riuscissimo a produrre effetti elettrici della qualità richiesta, sarebbe possibile trasformare l’intero pianeta e le condizioni di esistenza su di esso. Il sole fa evaporare l’acqua degli oceani e i venti la trasportano in regioni lontane, dove permane in uno stato di delicatissimo equilibrio. Se avessimo la facoltà di capovolgerlo dove e quando desiderato, questo imponente flusso di sostentamento della vita potrebbe essere controllato a piacimento. Potremmo irrigare aridi deserti, creare laghi e fiumi nonché fornire forza motrice in quantità illimitata. Questo sarebbe il modo più efficiente di sfruttare il sole per utilizzi da parte degli esseri umani. Il coronamento di tale obiettivo dipendeva dalla nostra capacità di sviluppare forze elettriche del medesimo ordine di quelle presenti in natura.
[Il grassetto è aggiunto.]
Sembrava un’impresa disperata, tuttavia decisi di provarci e appena di ritorno negli Stati Uniti, nell’estate del 1892…si diede inizio a un lavoro per me ancor più allettante, in quanto un mezzo dello stesso tipo era necessario per la riuscita trasmissione di energia senza l’uso di fili.

L’ingegneria della pioggia di Tesla
Il Dr. Nikola Tesla intuì con chiarezza che l’acqua è vita, elemento essenziale di origine e sviluppo della vita sul pianeta Terra. Nelle zone aride le forme di vita sono alquanto rare. Solo l’acqua è capace di rendere verde il deserto. Tesla intendeva fabbricare un dispositivo che creasse fulmini e in tal modo generasse pioggia, che a sua volta avrebbe determinato un clima favorevole nelle aree desertiche.
Il fulmine è un fenomeno di scarica elettrica, la cui percepibile manifestazione acustica è il tuono. Ancora oggi gli scienziati sono intenti a cercare di comprendere e spiegare determinati fenomeni correlati ai fulmini.
I processi di condensazione nell’atmosfera inducono l’accumulo di elettricità nelle nubi. La polarizzazione delle cariche all’interno delle nubi temporalesche determina un aumento del potenziale elettrico fra determinate parti, il che ha come esito una scarica elettrica. Le scariche elettriche possono manifestarsi all’interno di una nube, fra due nubi oppure fra una nube e il suolo. Quest’ultimo caso è quello che ci interessa, un gigantesco cortocircuito fra il cielo e la terra.
Nel 1750 Benjamin Franklin scoprì che l’elettricità non è uniformemente distribuita su tutti gli elementi della superficie di un conduttore (salvo che nel caso di una sfera); la sua distribuzione dipende dal grado di curvatura degli elementi della superficie considerata. In linea generale, la densità di carica più elevata è situata sui bordi, sulle parti sporgenti e acuminate piuttosto che su quelle tonde e piane. A livello statistico il fulmine colpisce seguendo il percorso maggiormente conduttivo, vale a dire quello con la più elevata densità di carica. Nel corso dei suoi esperimenti Franklin scoprì che quanto più acuminato e conduttivo era il parafulmine, tanto più facile risultava attrarre un fulmine nel corso di una tempesta elettrica. Questo è il motivo per cui egli progettò il suo parafulmine con la punta laminata d’oro.
Ad ogni modo, da allora imperversa il dibattito sull’eventualità che i parafulmini debbano avere un puntale sferico oppure acuminato. Nel 1892 Nikola Tesla predisse che l’antenna da parafulmine ideale – ricevitore ed emettitore di fulmini – doveva avere una punta arrotondata, non aguzza. Nel 1918 gli venne assegnato il brevetto USA nr. 1.266.175 per il progetto di un dispositivo di protezione dai fulmini in virtù di una pecca della teoria di Franklin: l’asta acuminata ionizza l’aria circostante, rendendo quest’ultima conduttiva ed elevando in tal modo la probabilità di un fulmine. Un documento dal titolo “Lightning Rod Improvement Studies” di C. B. Moore et al., pubblicato nel maggio 2000 sul Journal of Applied Meteorology, va a ulteriore conferma della teoria di Tesla (vedere http://tinyurl.com/d7mcne).
Quindi mentre Franklin inventava il parafulmine, la soluzione tecnica per attirare fulmini naturali dalle nubi, Tesla si proponeva di approntare un dispositivo che generasse fulmini in aree desertiche prive di copertura nuvolosa e in tal modo provocare precipitazioni.
Nel tunnel di scarica di un fulmine naturale la temperatura è pari a circa 30.000°C, la carica elettrica raggiunge 40 MV e la corrente elettrica si aggira attorno ai 110 kA. Si stima che l’energia di un fulmine corrisponda a circa 40MWh. Si presumeva che la Wardenclyffe Tower di Tesla impiegasse un trasformatore per creare alta tensione e, invece di fulmini naturali, producesse scarica ionica senza fiamma ad alta energia. Come base di questo congegno Tesla prefigurava una piramide a otto facce con un emisfero sulla cima. Per quale motivo?
Lo scienziato sosteneva che la Terra è un’armatura di condensatore sferica, mentre la ionosfera rappresenta l’altra armatura. Recenti misurazioni hanno determinato che la differenza di tensione fra la Terra e la ionosfera è pari a 400.000 volt. Le linee di forza della carica elettrica più i campi provenienti dal Sole agiscono verticalmente sui lati della piramide. Equipotenziali magnetici manifestano una grande densità del campo magnetico in cima o al vertice della piramide. La tensione del campo elettrico aumenta di 100 V/m in concomitanza con l’altezza. Il campo negativo terrestre raggiunge la massima intensità e densità in corrispondenza del vertice della piramide. Alla sommità della Piramide di Cheope (altrimenti nota come la Grande Piramide o Piramide di Khufu) vi è una tensione pari a 14.600 V. (Vedere fig. 1).

Figura 1: L’effetto della Piramide di Cheope sulla densità dei campi elettrici e magnetici.

La Piramide di Cheope dispone di una propria capacità elettrica, la prerogativa di accumulare un certo quantitativo di carica elettrica. Se sulla piramide converge troppa carica elettrica, quella in eccedenza si scarica presso la sommità. Secondo alcune voci, in origine il vertice della Piramide di Cheope consisteva in un pyramidion in oro massiccio – un eccellente conduttore.
La tensione alla sommità della struttura dipende esclusivamente dall’altezza, e questo è il motivo per cui Tesla predispose una torre, una struttura che si elevava in altezza; optò per una forma piramidale a otto lati, ma poteva essere una piramide a quatto lati, una con innumerevoli lati, un cono, la tensione sarebbe stata la medesima in ogni caso. La forma simmetrica della struttura ne avrebbe accresciuto la stabilità statica e la resistenza a fenomeni sismici.
Per quale motivo Tesla fabbricò una sfera, di ventuno metri di diametro, sulla cima della torre piramidale? Cosa si realizzò con tale iniziativa? Il fatto che la sfera fosse priva di punte comportava che la tensione si sarebbe distribuita in modo uniforme sulla sua intera superficie. La tensione scaricata dal vertice della piramide sarebbe stata acquisita dalla sfera, aumentando in tal modo la capacità elettrica complessiva dell’intera torre. Invece di verificarsi presso un punto alla sommità della piramide, la scarica si sarebbe prodotta presso numerosi punti su tutta la superficie della sfera. La conclusione è che aggiungendo la sfera al vertice della piramide, la capacità elettrica del dispositivo sarebbe risultata accresciuta, il che avrebbe aumentato la possibilità di generare fulmini di gran lunga più potenti.
La Wardenclyffe Tower di Tesla fu progettata per elettrificare l’atmosfera in un baleno e produrre un temporale accompagnato da pioggia, nonché per fungere da mezzo per una comunicazione senza fili su scala mondiale. Per nostra grande disdetta, la torre non venne mai ultimata; fu smantellata nel corso della Prima Guerra Mondiale. Tesla non ebbe mai occasione di effettuare gli esperimenti che aveva pianificato a Long Island, né di applicare l’ingegneria della pioggia in condizioni desertiche.

Ioni negativi ed effetti benefici connessi
Come funzionano i dispositivi d’avanguardia per il condizionamento dell’aria? Regolano umidità e temperatura dell’aria e, inoltre, generano ioni negativi. L’influsso degli ioni negativi sulla salute umana è noto da una sessantina d’anni, accompagnato da una grande mole di ricerche scientifiche.
Nell’organismo umano sono costantemente in atto processi biochimici di ossidazione e riduzione, il che richiede che ioni caricati negativamente funzionino in modo appropriato. Tutti gli esseri viventi ricevono dall’aria ioni caricati negativamente, attraverso la cute e gli organi respiratori. Quando in un locale vi sono ioni negativi a sufficienza, ne consegue un incremento del contenuto di ossigeno nel sangue e la normalizzazione del battito cardiaco, accelerando in tal modo l’eliminazione delle tossine. Grazie a un migliore afflusso di sangue al cervello, la concentrazione e altre facoltà mentali ne risultano rafforzate, le conseguenze dello stress vengono neutralizzate mentre tensione e mal di testa leniti. Gli ioni negativi si legano con le tossine dell’organismo, vale a dire che fungono da antiossidanti, prevenendo in tal modo lo sviluppo di malattie degenerative.
In natura la condizione più favorevole per la ionizzazione dell’aria si presenta dopo temporali, acquazzoni e rovesci, quando si verificano le scariche in atmosfera, ovvero quando nell’aria la quantità di ioni negativi è significativamente superiore a quella di ioni positivi. Accresciute concentrazioni di ioni di ossigeno negativi sono riscontrabili anche nei pressi delle cascate, nelle foreste di pini, in montagna, lungo la riva del mare e anche nelle caverne (il che ha dato origine alla speleoterapia; vedere http://tinyurl.com/ap9nyg).

Le piramidi come generatori di ioni negativi
Qual era la funzione delle piramidi? Produrre fulmini? Niente affatto. Le piramidi hanno funzionato per millenni, e continuano a farlo, come generatori di ioni negativi. Allo scopo di ionizzare costantemente l’aria circostante, le piramidi dovevano essere collegate a una fonte permanente di ioni negativi. Come si è ottenuto tale scopo? Dove si trovano le linee ‘elettriche’ che conducono alle piramidi?
La Piana di Giza nasconde acque sotterranee in abbondanza. Grossi fiumi sotterranei che scorrono attorno alle piramidi sono zeppi di ioni negativi e, tramite l’effetto piezoelettrico, ‘traspondono’ questi ioni a ciascuna piramide, la quale quindi li accumula e scarica l’eccedenza presso la sommità. Tutte le piramidi della piana sono costruite con pietra a elevato contenuto di cristallo, in grado di legare le cariche elettriche derivanti dall’acqua quando questa, nel sottosuolo, esercita una pressione meccanica contro il cristallo stesso. Se esponiamo il cristallo a deformazione meccanica, cariche elettriche orientate compaiono in superficie – fenomeno noto come effetto piezoelettrico. Il cristallo rappresenta il convertitore di energia meccanica in energia elettrica. In virtù del costante processo di carica e scarica della piramide, che viene caricata elettricamente dai fiumi sotterranei, la piramide stessa si contrae e si espande, determinando continui microterremoti.

Obelischi, chiese e moschee come ionizzatori
Gli obelischi funzionano in base a un identico principio. Sono pilastri fatti di pietra cristallina con un pyramidion in oro, argento o rame posto sulla sommità, e sono siti al di sopra di acque sotterranee. Un obelisco è di fatto uno ionizzatore d’aria.
Il succitato principio è stato applicato ad antiche chiese e moschee, costruite utilizzando pietra dall’elevato contenuto cristallino. Campanili e cupole di chiese e moschee erano in massima parte fatte di rame, argento od oro, e quasi tutte queste antiche costruzioni venivano situate al di sopra di corsi d’acqua sotterranei – fonti naturali di ioni negativi. Anche all’interno di queste chiese e moschee è avvertibile una proficua ionizzazione negativa.

Figura 2: Menhir bosniaci

Menhir come ionizzatori
I megaliti presenti in tutto il mondo rappresentano la forma più primitiva di ionizzatori. Questi menhir sono fatti di materiale cristallino e sono situati al di sopra di corsi d’acqua sotterranei, tuttavia non presentano il vertice aguzzo in materiale conduttivo e quindi la loro prerogativa di ionizzazione dell’aria ha una potenza inferiore, carenza risolta erigendo un consistente quantitativo di megaliti in determinate aree, il che ha incrementato la potenza complessiva.
I menhir bosniaci (figure 2 e 3) appartengono a tale gruppo, singolari e monumentali blocchi di pietra ampiamente diffusi sul territorio della Bosnia-Erzegovina, zone meridionali della Croazia, Montenegro occidentale e Serbia sud-occidentale. I menhir sono simboli di una comune usanza nazionale, e in quanto pietre tombali sono una traccia della cultura medievale di quelle regioni. Ad ogni modo, sono l’eredità e il tesoro autoctono di un’antica civiltà di cui storici e archeologi ignorano tuttora identità e cornice temporale (vedere figura 3).
Dubravco Lovrenović, PhD, membro della Commissione per la Tutela dei Monumenti Nazionali della Bosnia-Erzegovina, stima che solo in tale nazione esistano oltre 100.000 menhir; anche se questi solitamente sono sparpagliati e molti di essi sono stati spostati, mentre i tumuli annessi sono stati ricostruiti varie volte, le pietre sono disposte secondo striscie o linee, la cui direzione è quasi invariabilmente da sud verso nord.
Si stima che in realtà i menhir siano di gran lunga più numerosi di quelli bosniaci registrati a livello ufficiale. Molti di essi sono andati persi, sono stati distrutti, utilizzati per altre costruzioni o semplicemente non localizzati.

Figura 3: Posizione e densità dei menhir bosniaci

Tunnel e caverne come fonti di ioni negativi
Laddove obelischi e menhir bosniaci hanno un effetto esclusivamente esterno, una ionizzazione proficua è avvertibile all’interno degli spazi vuoti di una chiesa, moschea o piramide.
A parte i corsi d’acqua sotterranei, la piramide utilizza un’ulteriore fonte di ioni negativi: una caverna naturale, che intensifica il benefico effetto di ionizzazione della piramide stessa.
La Piramide di Cheope include una caverna (denominata “il Grotto”), situata alla sua base racchiusa nel granito, mentre la Piramide del Sole di Teotihuacan, in Messico, fu eretta sopra una caverna scoperta solo nel 1970. Qualsiasi piramide che non contenga una caverna è collegata, tramite un tunnel, a una caverna distante. I tunnel al di sotto delle piramidi svolgono la funzione di caverne “artificiali”; trascorrervi del tempo è assai salutare.
Gli esiti di misurazioni radar sulla Piana di Giza, effettuate dai geofisici egiziani Abbas Mohamed Abbas, El-said A. El-Sayed, Fathy A. Shaaban e Tarek Abdel-Hafez, sono stati pubblicati sul Journal of Geophysics dell’Egyptian National Research Institute of Astronomy and Geophysics NRIAG (edizione speciale 2006, pp. 1-16; vedere documento presso http://tinyurl.com/pbyltp).
A trecentocinquanta metri dalla Piramide di Cheope, in direzione sud-est, i geofisici egiziani hanno registrato il segnale di un potenziale tunnel. I valori dielettrici delle strutture sotterranee sono riportati in figura 4 (derivati dal documento di cui sopra, p. 13).
La capacità elettrica (C) di un conduttore che sia collocato nell’isolatore della costante dielettrica (ε) è: C = εC0, dove C0 rappresenta la sua capacità nel vuoto. Quanto più grande è la costante dielettrica del materiale, tanto più grande la capacità del condensatore. Con un vuoto, ε = 1; con l’idrogeno, ε = 1.2; con l’ossigeno, ε = 1.5; con il silicio, ε = 4.5; con il calcare, ε = 4-8; con l’acqua, ε = 81. Quanta più umidità è presente nel tunnel (ε1), tante più cariche elettriche può accumulare l’aria. Onde evitare che il calcare assorbisse tutte queste cariche negative dalla Piana di Giza (ε2), gli originari costruttori del complesso delle piramidi “isolarono” il tunnel con pietre (ε3) inserite nelle pareti del tunnel.

Figura 4: Questo schema illustra la possibile presenza di pozzi nelle aree esaminate sulla Piana di Giza

Nella figura 4 (sopra) : pozzo riempito con materiali conduttivi
ε1 costante dielettrica relativa dei materiali di riempimento del pozzo
ε2: costante dielettrica relativa del calcare della piana della piramide di Giza
ε3 costante dielettrica relativa delle pietre di rinforzo

Piramidi egizie e bosniache come giganteschi oscillatori
I geofisici russi O. B. Khavroshkin, PhD, e V. V. Tsyplakov, PhD, in forza allo Schmidt Institute of Physics of the Earth di Mosca, da molti anni analizzano microterremoti sulla superficie delle piramidi e hanno elaborato numerose teorie sulle loro cause. Gli studiosi hanno effettuato misurazioni dei rumori sismici su una sessantina di piramidi egizie (vedere, ad esempio, http://tinyurl.com/dn88sr); li ho incontrati nell’agosto 2007, allorquando stavano effettuando misurazioni sulle piramidi bosniache.
Ai piedi del lato sud della Piramide Piegata di Sneferu, i geofisici hanno registrato un’armonica più forte del microterremoto di 17 Hz, che rientra nella gamma degli infrasuoni (0Hz-20Hz) e non è percepibile dall’orecchio umano (figura 5).
Come possiamo spiegare la ragione di questo continuo microterremoto? La centrale idroelettrica di Aswan dista all’incirca 700 chilometri ed è difficile credere che la subarmonica registrata (F0 = 50 Hz / 3 = 16.67 Hz) derivi da generatori elettrici. Come ipotizzato dai geofisici, esiste forse la possibilità che la Piramide Piegata di Sneferu sia in realtà una stazione radio che capta un segnale dalla pulsar PSR 1913+16, che ha una frequenza pari a 16.95 Hz? (Vedere, ad esempio, http://www.cprm.gov.br/331GC/1184057.html.)
Siamo in grado di osservare che le piramidi egizie sono strumenti musicali accordati su frequenze di tono diverse (figure 5, 6 e 7); nelle piramidi bosniache riscontriamo il medesimo fenomeno (figure 8, 9 e 10).

Figura 5: Spettro del rumore sismico ai piedi del lato sud della Piramide Piegata di Sneferu, nella regione del Dahshur, Egitto

Figura 6: Spettro del rumore sismico proveniente dalla Piramide Rossa a Dahshur

Figura 7: Spettro del rumore sismico proveniente dalla Piramide di Micerino a Giza

Figura 8: Spettro del rumore sismico ai piedi della Piramide del Sole, in Bosnia, f 0 = 81 Hz

Figura 9: Spettro del rumore sismico proveniente dalla sommità della Piramide del Sole, in Bosnia, f = 83 Hz, 132 Hz, 147 Hz e 165 Hz

Figura 10: Spettro del rumore sismico ai piedi del Tempio della Terra, in Bosnia, f = 13 Hz

Regolazione automatica del funzionamento delle piramidi
In base alle tabelle dei rumori sismici stilate dai geofisici russi, possiamo osservare che ciascuna struttura di forma piramidale presenta caratteristiche di frequenza differenti. Questo aspetto è del tutto logico, in quanto non esistono due piramidi che presentino dimensioni, materiali di costruzione o strutture sotterranee uguali.
Risulta chiaro che ciascuna piramide concentra onde sismiche sfruttando una o più frequenze risonanti. A seconda dell’elettricità atmosferica, la piramide modifica la quantità di cariche negative che assorbe da caverne, gallerie e acque sotterranee, rilasciandole nell’atmosfera; quindi, in virtù dell’effetto piezoelettrico, anche ampiezze e frequenze dei microterremoti subiscono lievi modifiche.
La corrente elettrica inizierà a fluire fra due elementi con carica diversa e la sua intensità dipenderà dalla differenza di potenziale degli elementi stessi. Più elevata la tensione, più intensa la corrente, e viceversa. In condizioni più soleggiate l’aria è più ricca di cariche positive, quindi, per neutralizzarle, la piramide attrae più ioni negativi da caverne, gallerie e acque sotterranee. Dopo la pioggia, la differenza di potenziale è inferiore e la pressione elettrica più debole, quindi la piramide riduce l’intensità della ionizzazione.

Compendio
Una piramide cristallina, unitamente ai relativi fiumi, caverne e tunnel sotterranei, agisce come un generatore di utili ioni negativi, dotato della facoltà di regolazione automatica dell’intensità.
Nel 1892 il Dr. Nikola Tesla ebbe l’idea di realizzare una macchina per la produzione di pioggia che avrebbe creato condizioni favorevoli alla vita in alcune regioni. Si presumeva che tale macchina funzionasse in base al principio di una forte ionizzazione dell’atmosfera, pressoché istantanea.
Mentre l’idea di Tesla era quella di ionizzare l’atmosfera tramite scariche elettriche, gli originari costruttori delle piramidi possedevano una tecnologia in grado di ionizzare l’atmosfera in modo meno potente, ma continuo e quasi impercettibile.
A migliaia d’anni dalla loro costruzione, le piramidi bosniache funzionano ancora in modo eccellente. Sono ricoperte dalla vegetazione e il territorio circostante è caratterizzato da verdi vallate con abbondanza di benefiche cariche negative provenienti da sotto le piramidi. La costante ionizzazione dell’atmosfera preserva gli ecosistemi locali. L’intera Valle delle Piramidi di Bosnia ospita una rete di tunnel e fiumi sotterranei, come confermato da numerose falde di acqua freatica.
Il fatto che attualmente le piramidi egizie si trovino in un ambiente desertico, privo di vegetazione, mi induce a concludere che non stiano funzionando a dovere; si deve essere verificata qualche avaria nel sistema.
Forse i tunnel sotterranei sono crollati; forse qualcuno ne ha deliberatamente chiusi alcuni, ostruendo in tal modo il flusso di ioni negativi; forse alcune sorgenti sotterranee d’acqua si sono prosciugate o una grande alluvione ne ha provocato una deviazione dei flussi. Il mistero permane.
A distanza di novantadue anni ricordiamo la torre di Tesla, con la sua forma piramidale e la sfera posta sulla sommità. Tesla si trovava nella fase iniziale della ricerca relativa a una tecnologia che forse era già stata elaborata e utilizzata da antichi costruttori delle piramidi. Confidiamo che il retaggio scientifico di questo genio dimenticato, Nikola Tesla, ispiri alcuni ricercatori a realizzare la sua idea per risolvere il mistero delle piramidi di tutto il mondo. ∞

L’autore:
Hrvoje Zujić è nato nel 1970 a Osijek, in Croazia. Laureato in Ingegneria Elettronica, è un ingegnere abilitato alla progettazione e al controllo di installazioni elettriche. Dal 1998 è membro del gruppo di ingegneri elettrici in forza all’Associazione Croata degli Architetti e Ingegneri Edili (http://www.hkaig.hr). Da un quindicennio svolge ricerche su radiazioni geopatiche, bioenergia, biofisica, elettronica biomedica e polycontrast interference photography. Hrvoje è un esperto di piramidi nonché ricercatore nelle aree di confine della scienza; è coautore (assieme a Vilim Kanjski) di the Secrets of the Pyramids Revealed (ISBN 978-953-244-047-8). Per contatti via email: hrvoje.zujic@gmail.com. Visitate il suo indirizzo SCRIBD presso http://www.scribd.com/hrvojezujic.

Articolo di Hrvoje Zujić, pubblicato su Nexus New Times nr. 82 (edizione italiana).

Se questo articolo ha suscitato la tua curiosità, potrebbe interessarti anche La scoperta del più antico complesso di piramidi europeo di Philip Coppens, pubblicato su Nexus New Times nr. 80, che racconta nei dettagli la scoperta delle antiche ‘colline piramidali’ della Bosnia

Alluminio, alzheimer…Mela e acido malico.

melaalluminio chimicheCervello-alzheimer

L’alluminio ha un fattore determinante nella malattia dell’Alzheimer. Nelle autopsie su persone decedute che erano malate di Alzheimer si osservano calcificazioni e considerevole quantità di alluminio. La medicina ufficiale rifiuta la presenza di alluminio nel cervello come causa dell’Alzheimer, nonostante l’alluminio sia un metallo neurotossico.

Il Dottore e Professore Russel L.Blaylock della National Health Federation in un articolo parla specificatamente delle particelle dei composti di alluminio di dimensioni nanometriche, affermando come sia dimostrato scientificamente che tali particelle siano infinitamente più reattive e che inducano ad intense infiammazioni in uno svariato numero di tessuti. Il professore prosegue affermando quanto queste nanoparticelle di alluminio stiano aumentando le malattie neurodegenerative del cervello, tra cui cita demenza di Alzheimer, il morbo di Parkinson e la malattia di Lou Gehrig (S.L.A.) e di come queste malattie sia scientificamente correlate all’esposizione all’alluminio ambientale.

Aerosol chimici (GEOINGEGNERIA CLANDESTINA) e Alzheimer??…sappiamo che  ci stanno spruzzando addosso tonnellate di composti  di alluminio nanometrico…e non solo.

Cosa fare per non subire gli effetti negativi dei metalli pesanti? Evitarli come abbiamo visto  è quasi impossibile ma non tutto è squallore e desolazione. La natura , con la sua tendenza a ristabilire il suo meraviglioso equilibrio…può aiutarci…

ACIDO MALICO: L ‘acido malico, noto anche come acido di mela o acido fruttico, in quanto si ritrova nelle mele, è uno dei più potenti disintossicanti dell’alluminio. Aiuta a ridurre la tossicità di alluminio per il cervello e per questo motivo potrebbe essere utilizzato per aiutare nei casi del morbo di Alzheimer.L ‘acido malico ha dimostrato di aumentare l’escrezione fecale e urinaria di alluminio. Può anche ridurre la quantità di alluminio che si trova negli organi e nei tessuti del corpo.

La mela contiene acido malico (circa 0,6-1,3 grammi) che ne determina il suo sapore lievemente aspro e che facilita la digestione.
Se consumata cruda ha un’azione astringente, mentre mangiata cotta ha spiccate proprietà lassative grazie all’azione delle fibre a della pectina in essa contenute.
Secondo alcuni studi, le mele svolgerebbero un‘azione protettiva anticancro, probabilmente perché la sinergia tra fibre e vitamine rallenta o impedisce l’assorbimento di eventuali sostanze tossiche. E’ già stato provato, invece, che il frutto ha proprietà antiossidanti, grazie alla presenza di composti organici e acido caffeico e clorogenico, che la rendono un valido aiuto contro l’invecchiamento. Il consumo regolare di mele, inoltre, si è rivelato alla base dell’azione antinfettiva sulle vie respiratorie.

Recentemente è stato visto che gli antiossidanti polifenolici presenti nelle mele proteggono dalla cancerogenesi del colon. Inoltre è stato osservato che i polifenoli estratti dalle mele sono in grado di indurre la glutatione-S-trasferasi che è un enzima detossificante. Si suppone che la capacità di chemioprevenzione da parte delle mele possa avvenire attraverso l’aumento degli enzimi detossificanti che eliminano più velocemente le tossine dal nostro organismo.

www.consulentiolistici.it

cibo&cibobuonisanietici

NO GEOINGEGNERIA!!!

GEOINGEGNERIA…O MEGLIO GEOTERRORISMO.

ALLUVIONE MARCHETromba_d_aria_MODENAL’impiego del cosidetto Solar radiation management, cioè la pratica di spruzzare nell’atmosfera i cosidetti aerosol, ossia particelle che a quanto si dice servirebbero solo per schermare la luce solare ed evitare cosi il surriscaldamento dovuto alle emissioni di co2( come afferma uno dei principali promotori e finanziatori Bill Gatez) dunque non è affatto pianificato e basta . Infatti questo è quanto suggerisce la discussione accademica dei geoingegneri civili avviata nel frattempo dall’alto su questo tema ( come Edwar Teller l’inventore della bomba ad idrogeno, David Keith, Ken Caldeira e Lowell Wood).

Invece l’uso di questa tecnica è già da lungo tempo, da decenni, pratica quotidiana  e chiaramente avviene anche per ben altri motivi.

Bertell commenta tutto ciò affermando che si interviene nei sistemi vitali del pianeta, prima ancora di sapere come funzionano ( e non si sa se qualcuno potrà mai più avere modo di fare l’esperienza del loro originario funzionamento).

La Geoingegneria non può essere sperimentata appunto in laboratorio, ma solo sul campo e cioè sul campo costituito dall’intero pianeta, proprio come le esplosioni atomiche. Bertel ha formulato la tesi che la terra nel frattempo sia stata trasformata in un arma bellica, tramite la manipolazione e l’intensificazione artificiale dell’oscillazione in una forza peculiare, cioè quella elettromagnetica, dando luogo a lanci verso la ionosfera che poi rimbalzano sulla terra, armi al plasma e utilizzando quindi la ionosfera come se fosse una canna da fucile. In tal modo si possono   produrre danni incalcolabili anche alla ionosfera stessa, cioè danneggiare sia noi stessi che lei.

il progetto patriarcale del dominio della natura, della sua distruzione e della sua trasformazione ha portato finora (a chi è ai vertici di tutto questo) moltissimo denaro e ancor più potere.E’ per questo che fra loro è cosi amato, anzi è diventato religione generale della modernità. E ora questo progetto alchimistico di “creazione della distruzione”non solo deve penetrare sempre piu in profondità nella microdimensione della vita( l’atomo, il gene e l’ambito nanometrico della materia vivente). Ma deve anche conquistare la macrodimensione della vita, la terra stessa come pianeta e trasformarla in una colonia.

Sottomettere il pianeta terra, con tutti i mezzi già a disposizione e con quelli ancora da inventare, di sottometterlo al controllo, alla manipolazione, anzi alla trasformazione distruttiva, al fine di renderlo un pianeta “migliore”, cioè di farne una servizievole mega-macchina.

CONFERENZA DI CLAUDIA VON WERLHOF (contributo al congresso:orizzonte degli eventi)  La scienza incontra la spiritualità

 

Nel frattempo il nostro “bel paese” paga anch’ esso pesantemente il prezzo di queste operazioni distruttive di GEOINGENGNERIA…

Trombe d’aria… http://www.ilpost.it/2014/05/02/trombe-aria-modenese-nonantola/

Alluvioni o come preferiscono i media e i meteo di regime “bombe d’acqua”nelle marche…http://www.lastampa.it/2014/05/03/multimedia/italia/bomba-dacqua-sulle-marche-ecco-i-paesi-sommersi-tc5sciAF2Tjd3X7DdDuo0M/pagina.html

Senza voler contare i precedenti di questi ultimi mesi e anni tra terremoti vari ecc…

Crimine in atto…

NO GEOINGEGNERIA!!!

LA GEOINGEGNERIA…OSCURA LA VITA

Digital image La vitamina D viene prodotta per il 90% dall’esposizione solare (colecalciferolo o Vitamina D3…meno sole più malattie…sole

Elioterapia – Terapia con la luce del sole: Benefici Applicazioni

 

 
…il sole influenza la nostra vita quotidiana: regola i ritmi circadiani dell’organismo; scandisce il ciclo sonno-veglia; influenza l’umore in relazione all’intensità della luce…

Tra i più importanti effetti che il sole ha a livello cutaneo, è la trasformazione della vitamina D nella sua forma attiva (D3). L’attivazione della vitamina D nel suo componente attivo sta alla base della cura contro il rachitismo causato appunto dalla carenza di tale vitamina.

La pratica di sfruttare la luce naturale del sole a scopi terapeutici ha origine molto antica: in tutte le culture il sole rappresenta energia, calore e vita. D’altronde, sin dalle sue origini l’uomo ha empiricamente compreso gli effetti dei fattori climatici sulla propria salute.
Gli antichi Greci si avvalevano di questa tecnica naturale per curare le piaghe cutanee ed altre malattie della pelle. L’elioterapia è stata utilizzata in India, Cina ed Egitto come terapia di guarigione per diverse malattie, tra cui la psoriasi. Anche gli antichi Romani utilizzavano l’esposizione del corpo al sole e all’aria per goderne i benefici.
All’inizio del Novecento alcuni scienziati assegnarono alla cute il ruolo di organo multifunzionale e non unicamente di “involucro” protettivo del nostro corpo.

Le interazioni biologiche e fisiologiche che interessano gli effetti prodotti dall’esposizione al sole sono:

  • Metabolismo di calcio e vitamina D
  • Produzione di melatonina
  • Regolazione del ritmo sonno-veglia
  • Mantenimento della temperatura corporea
  • Azione su alcuni meccanismi biologici che influiscono sull’umore

Le patologie che traggono maggiore effetto benefico dalla terapia del sole sono:

Malattie dermatologiche Psoriasi
Vitiligine
Acne
Eczemi
Stimola la produzione di melanina, azione antinfiammatoria
Malattie osteo-articolari Rachitismo
Reumatismo
Osteoporosi
Artrosi
Azione antinfiammatoria, stimolazione della produzione di Vitamina D, assorbimento del calcio e sua fissazione nelle ossa
Malattie respiratorie Asma bronchiale  
Malattie ematologiche e del sistema circolatorio Anemie
Linfatismo (aumento di volume di organi linfatici come risposta a malattia o drenaggio di tossine)
 
Disturbi dell’umore Depressione, Ansia I raggi solari attivano alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina) a livello cerebrale, risollevando l’umore (nelle giornate più luminose ci sentiamo felici ed attivi)

La vitamina D viene prodotta per il 90% dall’esposizione solare (colecalciferolo o Vitamina D3) ed è poi attivata a livello epatico, trasformandosi in calcitriolo. Un’altra forma di vitamina D è la D2 o ergo calciferolo di origine vegetale, mentre il rimanente 7-10% della vitamina D proviene dall’alimentazione.

La vitamina D in quest’ultimo periodo è al centro di una miriade di ricerche e, al contrario di quello che si poteva pensare fino a qualche anno fa, sembra essere carente in buona parte della popolazione mondiale. Questa sua carenza sembra essere collegata a molte reazioni biochimiche e a molte patologie. Oltre ad influenzare la densità ossea, pare avere effetti positivi anche sulla composizione corporea, la forza muscolare, l’equilibrio, il tasso di mortalità, il diabete, le malattie autoimmuni, la comparsa del dolore muscolare, ma anche su alcune forme tumorali che pare colpiscano di più chi è carente di vitamina D.

http://naturabionelmondo.com/2012/07/17/vitamina-d-la-vitamina-del-sole/

Osservando ciò che accade quotidiamente nel nostro cielo attraverso le operazioni di geoingegneria clandestina possiamo facilmen te dedurne che “qualcuno” ci stia volontariamente privando di tali benefici che il sole apporterebbe alla nostra salute e a quella di tutte le altre specie e del pianeta stesso…

La guerra climatica in corso ( GEOINGEGNERIA CLANDESTINA) si ricollega perfettamente a quelli che sono i progetti di alcuni scienziati riguardo alla manipolazione climatica attraverso il rilascio di particolato (alluminio, bario…ecc)

Secondo David Keith, docente di fisica applicata a Harvard, reingegnerizzare l’atmosfera terrestre per compensare l’attuale rialzo termico è più fattibile di quanto si creda…

Nel 1992, pubblicò un articolo intitolato A serious look at geoengineering, una delle prime analisi scientificamente rigorose della questione, a cui quasi nessuno prestò attenzione.

Nei dieci anni successivi il campo della geo-ingegnerizzazione rimase più o meno quiescente. Oltre a una manciata di articoli seri, si è avvicinata solo una nutrita frangia di fanatici. La discussione accademica, per non parlare della ricerca, ne è rimasta estranea. In molti avevano la sensazione che parlare di geo-ingegnerizzazione come di una opzione realistica avrebbe distolto dall’urgenza della lotta alle emissioni di gas serra. Poi, nel 2006, Paul Crutzen, uno dei maggiori climatologi al mondo, vincitore nel 1995 del Premio Nobel per la chimica per il suo lavoro sul diradamento dell’ozono atmosferico, firmò un articolo intitolato Albedo enhancement by stratospheric sulfur injections: a contribution to resolve a policy dilemma? (L’incremento di albedo per mezzo di iniezioni di zolfo a quote stratosferiche potrà rispondere ai nostri interrogativi climatici?).

Crutzen riconosceva che la corsia preferenziale per affrontare il surriscaldamento del clima passava per una riduzione delle emissioni di gas serra, concludendo però che riuscire a implementare una sufficiente politica di tagli era solo una “pia illusione”. Non si limitava a dare il suo benestare al concetto di geo-ingegnerizzazione, ma riteneva che gli aerosol a base di solfati costituissero un gruppo di sostanze particolarmente degno di venire preso in esame, anche se è noto il ruolo che queste particelle possono avere nel facilitare la diminuzione dei livelli di ozono.

 Oggi, l’idea di ricorrere alle particelle di zolfo per contrastare il riscaldamento (una strategia chiamata anche Solar Radiation Management (SRM), o gestione della radiazione solare) è oggetto di centinaia di articoli pubblicati sulla stampa scientifica da ricercatori che si servono di modelli computerizzati per prevederne le conseguenze.

Keith, il quale scrive di geo-ingegnerizzazione dall’inizio degli anni Novanta, si è però imposto come uno dei suoi principali fautori per la tenacia con cui sostiene pubblicamente la necessità di ulteriori ricerche relative a questa tecnologia.

Secondo David Keith, docente di fisica applicata a Harvard, reingegnerizzare l’atmosfera terrestre per compensare l’attuale rialzo termico è più fattibile di quanto si creda. Ma si tratta davvero di una buona idea?

I critici della SRM, insieme ad alcuni dei suoi fautori, osservano che la tecnologia soffre di molte limitazioni e che nessuno può dirsi completamente sicuro delle possibili conseguenze. Gli aerosol di solfati riflettono la luce del Sole nella parte alta dell’atmosfera, contribuendo così direttamente a raffreddare il pianeta. Ma i gas serra funzionano in modo molto diverso, intrappolando la radiazione infrarossa proveniente dalla superficie della Terra e quindi riscaldandola. Se è probabile che i solfati riescano a compensare il riscaldamento, non è chiaro se potrebbero contrastare alcuni altri effetti dei gas serra, in particolare quelli sull’andamento delle precipitazioni. Inoltre la SRM non avrebbe conseguenze sul problema dell’acidificazione degli oceani provocata dall’aumento dei volumi di CO2 nell’atmosfera.

 

«Parlare di gestione della radiazione solare mi sembra decisamente

orwelliano», dichiara Raymond Pierrehumbert, geofisico

dell’Università di Chicago. «Serve a dare la sensazione di comprendere

quello che si sta facendo, un modo per rendere più tranquillizzante

un’idea folle. In realtà stiamo parlando di manipolare il nostro

pianeta senza sapere veramente come reagirà». Nel suo discorso in

occasione dell’incontro della American Geophysical Union, dove era

stato chiamato a tenere la prestigiosa Tyndall Lecture, Pierrehumbert

ha esplicitamente detto che l’idea di spruzzare aerosol di solfati

nella stratosfera è «da pazzi furiosi».

Pierrehumbert non riesce neppure a percepire la validità di una

sperimentazione sul campo. «L’intera questione della geo-ingegnerizzazione

è talmente assurda e foriera delle peggiori conseguenze

che tutto mi sembra davvero insensato. Delle tecniche di manipolazione

dell’albedo con solfati conosciamo già abbastanza da sapere

che metteremmo il mondo intero in uno stato precario. Gli esperimenti

sul campo rappresentano una mossa rischiosa sulla strada

verso l’implementazione su larga scala e personalmente nutro

parecchi dubbi su quanto potremmo effettivamente imparare».

Il problema fondamentale della manipolazione dell’albedo, prosegue

Pierrehumbert, è che, una volta partiti, saremo costretti a continuare

all’infinito. Considerando che servirebbe solo a compensare

il riscaldamento, arrestando l’intervento, i cambiamenti di temperatura

causati dal gas serra potrebbero manifestarsi in modo imprevisto

e drammatico. Non avrebbe senso neppure ricorrere a questa

tecnica come temporaneo cerotto, perché «se si arriva al punto in cui

si pensa di doverla utilizzare, non si potrà più farne a meno».

 Inoltre, aggiunge ancora Pierrehumbert, i nostri modelli climatici

«sono così lontani dall’essere sufficientemente avanzati dal

rendere del tutto improbabile l’idea di reingegnerizzare il pianeta

». Nello specifico, i modelli computerizzati non sono in grado di

prevedere con accuratezza l’andamento locale delle precipitazioni.

Tra l’altro, non è possibile servirsi dei modelli esistenti per sapere

come una eventuale manipolazione possa impattare sui monsoni

in India o sulle piogge in aree soggette a siccità come in Africa.

Nel frattempo Alan Robock ha stilato un lungo elenco di

domande sulla SRM, la prima delle quali è se si può veramente fare.

Robock, esperto dell’impatto dell’attività vulcanica sul clima e

docente di scienze ambientali presso la Rutgers University, avverte

che pur avendo certificato l’effetto raffreddante degli aerosol di solfati,

l’eruzione del Pinatubo ha riversato massicci quantitativi di

biossido di zolfo nella stratosfera nel giro di pochi giorni. La geoingegnerizzazione

solare comporterebbe molto meno zolfo, ma lo

disperderebbe con continuità nell’arco di un periodo di tempo molto

esteso. Potrebbe trattarsi di una differenza fondamentale. Il modo

migliore per realizzare una strategia di SRM richiederebbe particelle

del diametro di mezzo micrometro. La luce del Sole viene riflessa

dalla superficie delle particelle e tante particelle più piccole esporrebbero

una maggiore area superficiale rispetto a quelle più grandi,

aumentando la efficacia nel bloccare la luce. Il timore di Robock è

che, continuando a immettere zolfo nell’atmosfera, le sue concentrazioni

aumenterebbero e le particelle più piccole andrebbero a formarne

di più grandi, determinando un fabbisogno di zolfo superiore

a quello previsto da alcuni modelli.

Queste nozioni di chimica degli aerosol potrebbero aiutarci a

decidere se l’ipotesi dell’SRM sia effettivamente percorribile.

«David Keith ritiene che sarà una procedura semplice e poco

costosa, ma io non sono d’accordo», ribatte Robock. Le sue stime

dicono, infatti, che ogni anno sarebbe necessario immettere nell’atmosfera

diversi milioni di tonnellate di zolfo per compensare

un aumento pari al doppio dei livelli di diossido di carbonio. Ma

se alla fine le particelle andassero a formare grumi più grossi,

«potrebbero volercene parecchie in più».

Le ricerche finora effettuate indicano che una nuvola artificiale

nella stratosfera «andrebbe a impattare sul clima raffreddandolo

». «Ma ci ritroveremmo con un pianeta molto diverso e altri

parametri potrebbero invece peggiorare». Per esempio, dopo l’eruzione

del Pinatubo in alcune regioni del mondo le precipitazioni

diminuirono in modo significativo.

I climatologi tuttavia hanno pareri molto diversi sui modi di

interpretare le ricerche sui fattori di rischio. Tra questi Phil Rasch,

direttore delle ricerche climatiche presso il Pacific Northwest

Laboratory di Richland, Washington, dichiara con una certa cautela

che i modelli disponibili non precluderebbero di prendere in

considerazione alcune strategie della SRM.

Rasch, che nel 2008 ha pubblicato insieme a Crutzen un articolo

sull’impiego di aerosol di solfati per la geo-ingegnerizzazione,

afferma che queste particelle provocherebbero un certo assottigliamento

dello strato di ozono, ma che questo effetto verrebbe in parte

attenuato dalla capacità che le stesse particelle di solfato hanno di

bloccare la radiazione ultravioletta. Per quanto riguarda le piogge, i

modelli tendono a convergere su una visione della SRM, implementando

la quale, almeno per quanto concerne le precipitazioni, «il

futuro del mondo sarà più o meno simile a quello che avremmo

senza geo-ingegnerizzazione». Tutto sommato, aggiunge Rasch, la

SRM potrebbe tenere a bada alcuni degli effetti del cambiamento

climatico, anche se «certe zone del pianeta sono colpite più di altre

e molte questioni rimangono inesplorate».

Una moratoria come condizione di possibilità

L’incertezza sul piano scientifico e la prospettiva di avere dei vincenti

o dei perdenti su scala regionale rende praticamente impossibile

immaginare come si potrebbe implementare e controllare una strategia

di SRM. Come si dovrebbe predisporre il sistema internazionale

di controllo? Chi deciderà come e quanto implementare la tec

nologia? Chi dovrà impostare il termostato e su quali valori di temperatura?

Le questioni relative a chi dovrà decidere in materia di

geo-ingegnerizzazione solare appaiono ancora più insormontabili

dei problemi scientifici.

Anche se occorreranno anni prima che il mondo si decida ad

adottare un sistema di controllo internazionale in materia, Keith e

diversi dei suoi collaboratori, compreso Edward Parson, docente di

diritto dell’Università della California a Los Angeles, stanno già

meditando in proposito. Secondo Parson la ricerca è fondamentale

per raggiungere una migliore comprensione di ciò che la geo-ingegnerizzazione

solare può fare e quali sono i rischi. Altrimenti, «non

potremmo neppure sapere che cosa dobbiamo controllare».

La controversia sugli eventuali esperimenti sul campo, come

quelli che Keith e Anderson starebbero progettando, emerge come

primissimo terreno di scontro sul piano politico e sociale. Keith è

molto trasparente nell’affermare che il lavoro non andrà avanti qualora

non potesse contare su stanziamenti pubblici e sulla approvazione

da parte delle principali istituzioni scientifiche. Il gruppo

tende anzi a considerare questi primi esperimenti come un mezzo

per verificare non solo la tecnologia, ma anche una possibile modalità

di controllo istituzionale. La speranza è che il processo di approvazione

e di finanziamento offra l’opportunità di stabilire delle regole

che contribuiscano a indirizzare il dibattito sui comportamenti di

riferimento come la trasparenza, la pubblica discussione e la successiva

divulgazione dei risultati.

Nessuno pensa che gli esperimenti sul campo basati sull’uso di

piccoli quantitativi di zolfo possano risultare fisicamente pericolosi,

aggiunge Parson: «La gente si preoccupa piuttosto delle conseguenze

politiche e sociali di una ricerca che dovesse risultare prolungata

nel tempo, seguita da esperimenti sempre più estesi, fino a ritrovarsi

sullo scivoloso declivio che porta al dispiegamento su vasta scala».

Il giurista ritiene che gli enti oggi preposti al finanziamento della

ricerca scientifica potrebbero accollarsi la gestione del processo,

anche se suggerisce di delimitare rigidamente i primi esperimenti,

chiedendo agli scienziati d’impegnarsi formalmente a non svolgere

attività estese, firmando una sorta di moratoria sull’impiego della

geo-ingegneria solare. Secondo Keith, ciò dovrebbe bastare a placare

preoccupazioni «non del tutto infondate», visto che non esistono

leggi o regolamenti internazionali che possano impedire di implementare

un piano di geo-ingegnerizzazione.

A tratti Keith mostra una certa insofferenza nei confronti di chi

mette in discussione la SRM. Gli bastano tuttavia pochi istanti per

calmarsi e controbattere le critiche con risposte messe a punto in

anni di analisi sulla geo-ingegnerizzazione. Traccia un grafico per

spiegare che le immissioni di zolfo nell’atmosfera potrebbero ragionevolmente

arrestarsi non più di cento anni dopo l’inizio delle operazioni;

anche se il cambiamento climatico a quel punto ripartirebbe,

il suo ritmo sarebbe probabilmente più lento e controllato.

Molti degli stessi fautori della SRM ammettono che una tecnologia

del genere rappresenterebbe una ultima ratio per un mondo

costretto ad affrontare cambiamenti climatici così distruttivi da giustificare

ogni rischio. Keith ha però una visione assai meno apocalittica:

«Se davvero abbiamo scoperto come ridurre in modo significativo

il rischio di cambiamento climatico nell’arco dei prossimi cento

anni, salvando moltissime vite, non c’è motivo di esserne turbati, ma

se mai dovremmo festeggiare». Anzi, definire la geo-ingegnerizzazione

come l’ultima spiaggia dell’emergenza climatica «somiglia a

un artifizio retorico».

L’approccio suggerito da Keith è tanto cauto quanto radicale: «A

mio parere dovremmo cominciare le ricerche vere e proprie e se ne

risultasse che la SMR è in grado di ridurre significativamente il

rischio climatico senza indurre a sua volta troppi rischi, allora

dovremmo dare il via alle operazioni, ma con una curva di crescita

molto graduale». Keith ritiene che già entro il 2020 (o più realisticamente

il 2030) dovremmo essere in grado di implementare una

strategia di questo tipo, con livelli di zolfo nella stratosfera prossimi

per i primi dieci anni ai valori normali. La procedura verrebbe sottoposta

a periodiche valutazioni, per cui «le possibilità che si verifichi

qualche grosso problema sarebbero molto vicine a zero».

Spesso si immagina che la SRM verrebbe «accesa di colpo», conclude

Keith, «ma niente ci impedisce di accelerare gradualmente».

Proprio la capacità di partire a bassa velocità, con minime percentuali

di rischio, è alla base della sua disponibilità a prendere sul serio

la geo-ingegnerizzazione: «Se si trattasse di una decisione irreversibile,

sarei assai più scettico. Non sarebbe per niente facile convincermi

che ne vale la pena, ma di fronte alla eventualità di un approccio

più prudente, devo ammettere di essere fortemente orientato a

metterla in pratica».

Ascoltando le parole di Keith, le sue argomentazioni e la descrizione

degli aspetti implementativi della SRM, sembrerebbe possibile

cominciare a credere che una modifica intenzionale del clima non

sarebbe poi un’azione tanto estrema. Eppure lo è. Il pianeta cambierebbe,

persino il colore del cielo sarebbe più “slavato”. D’altro canto,

l’accumulo di gas serra sta già modificando l’atmosfera e il clima in una

misura incontrollata e senza paragoni con il passato. Quanto sarebbe

lungo il salto verso modifiche ingegnerizzate? Keith ha senza dubbio

ragione nel sostenere che gli scienziati del clima farebbero bene a studiare

la geo-ingegnerizzazione per capire in che misura possa essere

davvero efficace e sicura, invitando i politologi a studiare un modo per

implementare un progetto planetario che non ha precedenti nella storia.

A quel punto, ai governi e all’intera società non resterebbe che

affrontare il difficilissimo compito di decidere se realizzarlo.

 

David Rotman di MIT Technology Review.

 

NO GEOINGEGNERIA!!!

 

 

 

DIETRO UN MARE DI FALSO ALLARMISMO…SOLUZIONE GEOINGEGNERIA.

“Si sta silenziosamente venendo a formare una potente coalizione di forze con l’idea simulare eruzioni vulcaniche per trasformare l’atmosfera terrestre e contrastare gli effetti del riscaldamento terrestre dovuto alle emissioni di carbonio.

La modifica del clima terrestre attrae l’attenzione di scienziati, società scientifiche, investitori e think tank conservatori. Nonostante l’enormità della portata di ciò che si propone (niente meno che prendere il controllo del sistema climatico terrestre) il pubblico è stato quasi del tutto escluso dal discorso”.

Clive Hamilton in un articolo del 2010 per il Guardian ( scrittore ambientalista)

 nell’agenda scientifica alcuni modelli climatici suggeriscono che la geoingegneria sia addirittura necessaria per impedire alle temperature globali di alzarsi sotto i 2° Celsius sopra i livelli pre-industriali. . .Ken Caldeira, un ricercatore del clima all’Istituto Carnegie per la scienza di Stanford, in California. “È difficile stabilire la misura in cui i possibili aumenti di fondi potrebbero essere direttamente mossi da questo interesse governativo e quanti dal rapporto in sé.” I finanziamenti non sono l’unico problema. “Ci sono una serie di questioni relative alla fattibilità tecnica, all’accettazione sociale e gli effetti collaterali relativi alle tecniche di geoingegneria…

http://www.scientificamerican.com/article/latest-ipcc-climate-report-puts-geoengineering-in-the-spotlight/Caldeira_geoengineering_2square-300x300 

 

RICHARD TOL LASCIA IL GRUPPO

INTERGOVERNATIVO DELL’IPCC!!

 

Richard Tol si è dimesso dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), motivando la decisione per il troppo allarmismo, nella loro ultima relazione. La sua azione dimostra che la relazione più recente dell’IPCC (AR5), ha innalzato il livello di allarmismo senza alcuna giustificazione.

Richard Tol, membro dell’IPCC dal 1995 avrebbe dovuto conoscere l’intero esercizio ed è stato deliberatamente allarmista fin dall’inizio. A quanto pare non sapeva cosa stava succedendo, perché non capiva la climatologia. Ha semplicemente accettato quello che gli scienzati hanno riferito nel Rapporto dell’IPCC “The Physical Science Basis.” Anche coloro che conoscevano la scienza accettarono senza dubbio come Klaus Eckert Puls che ha coraggiosamente confessato.

“Dieci anni fa ho semplicemente ripetuto a pappagallo quello che l’IPCC ci aveva riferito. Un giorno ho cominciato a controllare i fatti e i dati – prima ho iniziato con un senso di dubbio, ma poi mi sono indignato quando ho scoperto che gran parte di ciò che l’IPCC e i media ci dicevano, erano pure sciocchezze e non era nemmeno supportata da fatti scientifici e di misurazioni. Ancora oggi provo un senso di vergogna perchè come scienziato ho fatto le presentazioni della loro scienza senza prima controllare.”

Le ragioni della fede cieca includono: un assunto che gli scienziati sono apolitici, finanziamento molto attraente, un’opportunità di carriera, un desiderio di salvare l’ambiente, un’affinità per l’inclinazione politica di disuguaglianza e della compensazione, un interesse per punire chi inquina, reining in profittatori, e una fiducia ingenua nel governo, tra gli altri. Alcuni credevano in tutti loro. Maurice Strong, che ha organizzato l’intero processo politico e scientifico dell’IPCC, ha sfruttato tutte queste vulnerabilità come lui ha avuto in tutta la sua carriera.

IPCC: Struttura per promuovere e valorizzare l’allarmismo.

L’IPCC è stato creato per predeterminare un risultato scientifico e amplificare attraverso gli allarmismi. Ciò ha significato la creazione di una struttura politica controllata e diretta, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), ed una struttura scientifica controllata politicamente, l’IPCC.

Sir John Houghton, ex capo del Met Office del Regno Unito (UKMO) e primo Co-presidente dell’IPCC nega dicendo: “Se non annunciamo disastri, nessuno ascolterà.” Una vigorosa campagna è stata lanciata la rivendicazione ma che lui non l’ha detto. Perché? Perché era lo standard stabilito insieme con il passaggio del Rapporto del 1995 di un obiettivo puramente politico. In prima linea in quella campagna era Bob Ward, ex dipendente della Royal Society. Sì, lo stesso Ward che ha lanciato il recente attacco vergognoso a Richard Tol per aver  lasciato l’IPCC a causa del troppo allarmismo. Rigorosa difesa di Ward di Houghton sapeva di protestare troppo, soprattutto perché è accaduto quattro anni dopo la sua prima citazione.

 

Dunque un altro pezzo se ne va da questo gruppo e come al solito vengono fuori le marachelle dell’IPCC e della sua organizzazione studiata ad hoc per trovare quei finanziamenti che gli consentano di autofinanziarsi, senza che uno straccio di prove scientifiche provino che il pianeta si stia riscaldando a causa dell’uomo. Bugie, inganni e allarmismo, questo è tutto quello che l’IPCC è stato in grado di progettare fino a questo momento.

Quindi mi ripeto fino alla noia, ma sull’ipotetica causalità delle emissioni antropiche di CO2 in atmosfera e la variazione della temperatura:

• Riguardo la nota posizione dell’UE che attribuisce all’anidride carbonica da combustione dei combustibili fossili la causa del riscaldamento globale dell’atmosfera terrestre, è opportuno osservare e ripetervi quanto segue:

1) che l’anidride carbonica da combustione dei combustibili fossili costituisce solo il 3% della immissione di anidride carbonica nell’atmosfera;

2) che non vi è alcuna prova che l’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera determini un aumento della temperatura media dell’atmosfera sul nostro pianeta, anzi, le serie storiche ricavate dall’esame dei ghiacci delle ultime glaciazioni evidenziano che l’aumento di temperatura precede di centinaia d’anni l’aumento di concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera;

3) che anche negli ultimi decenni non vi è evidente correlazione tra l’andamento della temperatura media dell’atmosfera e l’andamento dell’anidride carbonica; anzi negli ultimi dieci anni la temperatura media dell’atmosfera terrestre è rimasta sostanzialmente costante, mentre la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera ha continuato a crescere.

http://www.attivitasolare.com/anche-richard-tol-lascia-il-gruppo-intergovernativo-dellipcc/

http://wattsupwiththat.com/2014/04/09/climate-alarmism-of-course-the-ipcc-was-designed-to-create-and-promote-it/#more-107269

http://www.scientificamerican.com/article/latest-ipcc-climate-report-puts-geoengineering-in-the-spotlight/

NO GEOINGEGNERIA!!!

RISCHIO ESTINZIONE…TRA LE CAUSE GEOINGEGNERIA E INGEGNERIA GENETICA

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“Il fenomeno naturale dell’estinzione di una specie è un fenomeno biologico molto lento in un ecosistema equilibrato viene compensato dalla comparsa di specie nuove; si tratta quindi di un fenomeno che non impoverisce la varietà degli organismi viventi.”  

Wikipedia

 

Come abbiamo appena letto, questo è quanto accadrebbe in un ecosistema equilibrato,  ma oggi giorno non possiamo più definire tutto questo come un  fenomeno naturale ma dobbiamo cercarne le cause tra le attività dell’uomo che però vadano oltre l’industrializzazione…A questo punto mi chiedo come si possano continuare a sottovalutare tutte queste morti di uccelli, di pesci, di piante  ormai di portata globale…e perchè i media lo stanno facendo…

Oltre all’inquinamento ambientale degli ultimi 150 anni che come si legge anche su Wikipedia viene attribuito anche all’industrializzazione, credo che sia opportuno cercare le cause nelle mutazioni mortali dovute agli OGM e alla operazioni in atto di Geoingegneria.

E’ di oggi questa notizia, siamo davvero arrivati al punto di dover scegliere, si cercano “soluzioni” possibili  ma non vengono mai seriamente discusse  le reali cause che ci stanno portando a questo…

“Uno studio americano: impossibile proteggere 10mila specie, diamo precedenza agli esemplari col patrimonio genetico unico

 ANCHE quando c’è da proteggere la natura, bisogna compiere delle scelte. E di fronte a quasi diecimila specie di uccelli si deve riconoscere che alcune meritano di essere protette con grande impegno, altre un po’ meno…

…ALTRE UN PO’ MENO… RESTO SENZA PAROLE…

continua…http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/14/news/troppi_gli_uccelli_a_rischio_estinzione_salviamo_quelli_dal_dna_pi_ricco-83535844/

 

Un effetto collaterale e letale  per gli animali marini uccelli e piante è la fertilizzazione degli oceani…già in atto.

https://marinelliluisa.wordpress.com/2014/04/03/metalli-pesanti-negli-oceani/

In seguito a questa procedura si sviluppa una neurotossina in grado di uccidere uccelli e animali marini. La stessa neurotossina alla base del misterioso episodio che si dice abbia ispirato il famoso film thriller Gli Uccelli di Hitchcock.

Esistono negli Stati Uniti società che si occupano di geoingegneria con l’obiettivo, naturalmente, di guadagnarci. La più famosa è la Climos, e la fertilizzazione degli oceani è il suo cavallo di battaglia.

La fertilizzazione degli oceani consiste nello spargere grandi quantità di ferro in mare, come se fosse “concime” per far crescere e moltiplicare velocemente il fitoplancton, cioè microscopiche alghe vegetali.

Come tutti i vegetali, le alghe in questione assorbono l’anidride carbonica, il principale gas dell’effetto serra. Se dopo averla assorbita le alghe morissero portandola con sè sul fondo degli oceani, ce ne sarebbe un po’ meno in circolazione.

Le cose però nell’esperimento non sono andate esattamente in questo modo. Anzi. Ora in aggiunta ricercatori hanno scoperto che questa procedura comporta anche la rapida proliferazione di aghe del genere Pseudonitzschia che producono acido domoico, una neurotossina.

Ogni tanto l’acido domoico si trova in concentrazioni elevate nei mari per cause naturali. In questo caso le tossine si accumulano nella catena alimentare e si verificano morie di animali come uccelli e leoni marini.
http://www.iljournal.it/

“Un ulteriore problema per la conservazione della biodiversità è rappresentato dall’introduzione nell’ambiente di organismi geneticamente modificati. Un organismo geneticamente modificato (OGM) o transgenico è un organismo nel cui corredo cromosomico è stato introdotto, tramite le tecniche dell’ingegneria genetica, un gene estraneo prelevato da un organismo donatore appartenente a diversa specie vivente, anche molto distante dal punto di vista della classificazione tassonomica dalla specie “ospite”. Per tale via si conferisce all’organismo la caratteristica desiderata, come ad esempio nel caso dei vegetali, la resistenza agli erbicidi o a determinati insetti nocivi.

Questa tecnica viene applicata correntemente per molte specie coltivate (quali soia, mais, patate, tabacco, cotone) e per alcune specie forestali (pioppi ed eucalipti). I primi vegetali transgenici sono stati immessi sul mercato americano intorno alla metà degli anni ’90 e nel 1996 hanno fatto il loro ingresso anche sul mercato europeo. Mentre nel 1996 l’area globale occupata da colture transgeniche era soli 1,7 milioni di ettari, nel 2000 era già di 39,9 milioni di ettari. Il 71% di quest’area era occupata da colture resistenti agli erbicidi (una caratteristica che permette di ridurre i costi della manodopera in quanto gli erbicidi vengono spruzzati su larga scala), il 22% da piante che producono un insetticida naturale (una caratteristica che evita di dovere spruzzare insetticidi chimici) e il rimanente 7% da varietà di cotone e grano che hanno ambedue le proprietà.

C’è un acceso dibattito politico e scientifico relativo ai rischi e ai benefici, sia sanitari sia ambientali, legati alla diffusione degli OGM. In particolare, oltre agli effetti temuti sulla salute umana (quali gli aumenti di allergie), si teme che l’ambiente possa risentirne notevolmente in termini di inquinamento genetico di specie naturali, di trasmissione ad erbe infestanti della resistenza agli erbicidi, di evoluzione di parassiti più resistenti, di permanenza di tossine nel terreno, di aumento dell’uso di erbicidi, di scomparsa di alcune specie di insetti e, quindi, di riduzione della biodiversità. Il rischio è, quindi, legato al fatto che vengano prodotti e liberati nell’ambiente organismi viventi “nuovi”, che in natura non avrebbero mai potuto evolversi (si pensi alle piante modificate con geni provenienti da vegetali di specie diverse, o addirittura da animali) e che perciò l’ambiente non è preparato ad accogliere. Per i sostenitori degli OGM, invece, i benefici derivanti dall’uso di alimenti transgenici consisterebbero nella riduzione dell’uso di pesticidi chimici, nell’aumento della produttività dei raccolti, nel più facile controllo delle erbe infestanti e, quindi, in un significativo miglioramento ambientale. Inoltre, gli OGM potrebbero venire impiegati per migliorare la salute umana attraverso l’aumento del contenuto di vitamine e minerali nell’alimentazione di base, l’eliminazione dei più comuni allergeni, lo sviluppo di proteine di alta qualità e l’inserimento di vaccini negli alimenti. Fino ad ora non esistono evidenze scientifiche che mostrano chiaramente gli effetti a lungo termine dell’uso degli OGM, ma, d’altra parte, questi effetti potrebbero essere visibili solo tra qualche anno quando potrebbe essere troppo tardi per porvi rimedio.
Il valore della biodiversità e le conseguenze della sua perdita…

Le profonde alterazioni della diversità del pianeta provocate, sia a livello locale che globale, dallo sviluppo umano hanno importanti conseguenze sull’ecosistema e sulla società. Pensare che l’abbondanza di biodiversità riguardi solo il biologo appassionato di specie rare, o il ricercatore, è un grave errore. Garantire un’elevata biodiversità è problema che interessa la qualità della vita e la sopravvivenza di ciascuno di noi. La biodiversità ha, innanzitutto, un valore diretto costituito dai beni che fornisce alla società e che vengono costantemente sfruttati tramite l’agricoltura, la pesca, la caccia e la raccolta del legname. L’alterazione della funzionalità degli ecosistemi ha quindi un impatto economico: variazioni della diversità biologica possono direttamente ridurre le risorse di cibo, di acqua, di carburante, di materiali da costruzione, e anche di risorse genetiche o di medicinali. Le piante, ad esempio, costituiscono un bene particolarmente prezioso per la salute umana, poiché producono un’infinità di molecole che trovano largo impiego in farmacologia. Per rendersi conto di questa importanza si pensi che 21�000 sono le specie di piante incluse nella lista della Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization – WHO) come piante che hanno un uso medico e che negli Stati Uniti quasi l’80% delle principali prescrizioni mediche traggono origine da organismi viventi (di queste 74% da piante, 18% da funghi, 5% da batteri, 3% da vertebrati). Quanta ricchezza farmacologica sia contenuta nelle piante ce lo suggeriscono anche le medicine tradizionali con cui si curano circa 3 miliardi di persone ossia l’80% della popolazione dei paesi in via di sviluppo. Esse fanno ampio uso delle proprietà curative di molti vegetali: la raffinata medicina popolare cinese, ad esempio, utilizza 6�000 delle 30�000 piante note in quel solo paese.

È chiaro che la perdita di biodiversità pregiudica l’opportunità futura di conoscere e derivare nuovi benefici per la salute umana dalle specie estinte e che, quindi, la conservazione di un’elevata biodiversità può risultare determinante per la cura di malattie ora incurabili. Ad esempio, in una pianta del Madagascar, paese caratterizzato da un’elevatissima biodiversità e dalla presenza di specie uniche al mondo, sono state scoperte le molecole di vinblastina e vincristina che hanno consentito, a partire dal 1971, di elevare notevolmente l’efficacia della chemioterapia contro una forma di leucemia infantile portando così la sopravvivenza oltre i cinque anni d’età dal 10 al 90%. Purtroppo la fauna e la flora del Madagascar sono ormai soggette a sistematica distruzione.

Le piante costituiscono una fonte di cura delle malattie umane da millenni e molte delle medicine moderne sono state scoperte esaminando l’uso di queste piante nelle medicine tradizionali. L’aspirina, la medicina più venduta al mondo, ne è un esempio. La corteccia di salice Salix alba, albero che cresce nelle aree umide e lungo i fiumi in Europa, è stata usata per secoli dagli europei per curare infiammazioni, dolori e febbre. Nel XVIII secolo questa informazione fu documentata formalmente dalla Royal Chemical Society e alla fine del XIX secolo una casa farmaceutica tedesca (la Bayer) riuscì a sintetizzare il componente chimico contenuto nella corteccia del salice e a produrre e commercializzare l’attuale aspirina. Anche l’uso del chinino, uno tra i farmaci più utilizzati per la lotta contro la malaria, era conosciuto da secoli in Sud America dai guaritori tradizionali. Esso deriva dalle piante Cinchona calisaya e C. officinalis che, portate in Spagna nel corso del 1500, sono state studiate approfonditamente per individuarne il componente attivo con proprietà antimalariche.

Ma la biodiversità ha anche, e soprattutto, un altissimo valore indiretto costituito dai servizi garantiti dalla funzionalità degli ecosistemi. Le popolazioni naturali infatti, interagendo tra loro, formano ecosistemi che costituiscono il principale meccanismo di riciclo di aria, acqua e nutrienti indispensabili per la vita sulla terra. La biodiversità ci fornisce quindi una serie di servizi che assicurano che l’aria sia pulita e che l’acqua sia potabile. Le foreste e gli oceani, ad esempio, assorbono i sottoprodotti delle attività agricole e industriali rallentando l’accumulo nell’atmosfera di biossido di carbonio e di altri gas responsabili dell’effetto serra e del cambiamento globale del clima sulla terra. Fino a non molto tempo fa la presenza di questi ambienti naturali ha garantito una relativa stabilità del clima nel tempo permettendo l’evolversi della vita umana. Nel futuro però la continua distruzione di foreste e l’inquinamento delle acque e dell’aria potrà compromettere questa capacità di ‘stabilizzazione’ del clima.

Una maggiore biodiversità garantisce inoltre una minor probabilità di estinzione per ciascuna specie in caso di episodi critici. Gli ambienti caratterizzati da maggior eterogeneità genetica risultano infatti meno vulnerabili a epidemie e ad eventi estremi quali siccità, gelate ed alluvioni. Gli effetti della variazione della biodiversità risultano poi aggravati dal fatto che ogni specie, all’interno dell’ecosistema in cui vive, interagisce con le altre specie tramite relazioni di competizione, predazione, parassitismo. L’estinzione di una specie può, quindi, indirettamente alterare l’abbondanza di altre specie causando un ulteriore cambiamento nella composizione della comunità ecologica cui appartiene e aumentando la sua vulnerabilità a episodi critici. Non bisogna infine dimenticare che la biodiversità ha un importante valore ricreativo (si pensi alla crescente importanza dell’ecoturismo), culturale, intellettuale, estetico e spirituale, nonché un valore etico o esistenziale indipendentemente dal suo utilizzo.

Le conseguenze della perdita di biodiversità riguardano, quindi, non solo la qualità della vita ma la possibilità della vita stessa sulla terra. Sebbene alcuni meccanismi siano stati abbondantemente studiati e messi chiaramente in relazione con le attività umane, tuttavia molti altri necessitano ancora di essere compresi. L’aspetto più allarmante della perdita di biodiversità è rappresentato proprio dall’ignoranza sulle conseguenze ultime delle nostre azioni di danneggiamento degli ecosistemi e sulla loro reversibilità.

http://olmo.elet.polimi.it/ecologia/dispensa/node69.html

Staimo rischiando di perdere sempre più biodiversità nel nostro pianeta,  ogni organismo ha una sua funzione fondamentale nell’ecosistema…l’uomo da solo non può esistere…

NO GEOINGEGNERIA!!!

 

GEOINGEGNERIA…SICCITA’…OGM?

ogm_1_0deserto_2Il nostro pianeta viene giornalmente bombardato con sostanze chimiche, irrorazioni che fanno parte di un  programma in atto di Geoingegneria…con la scusa del riscaldamento globale si stanno effettuando esperimenti segreti su larga scala  che stanno già comportando gravi danni alla salute dell’uomo e dell’ambiente.

La geoingegneria globale sta distruggendo la vita sul nostro pianeta…

Cosa sta accadendo nel mondo tra siccità estreme e inondazioni…perchè queste situazioni climatiche estreme, chi da tutto questo alla fine ne trarra i maggiori guadagni…?…dubito le popolazioni.

L’INGANNO E’ ALLE PORTE…

 

 

“BRASILE E GUERRA TRA STATI A CAUSA DELLA SICCITA’

La siccità che affligge il Brasile sud-orientale è sempre più grave. Anche nella più grande metropoli del paese, San Paolo, le autorità locali stanno riflettendo sulla necessità del razionamento e si invita la popolazione ad eliminare gli sprechi. Il problema si è già presentato in altre città più piccole dello Stato e secondo gli esperti anche piogge di una certa consistenza non servirebbero a migliorare la situazione.

Il governatore dello stato di San Paolo, Geraldo Alckmin, ha presentato un progetto che servirebbe a risolvere il problema annoso della siccità. Ovvero costruire un sistema di pompe e serbatoi che dal bacino del Paraiba do Sul vadano ad alimentare le varie province dello Stato. Ma va detto che tali risorse idriche sono già utilizzate dal vicino stato di Rio de Janeiro che sembrerebbe non essere molto d’accorso.

E’ per questo che Alckmin ha chiesto aiuto al collega Sergio Cabral, che per il momento lo ha negato. Ma anche se la proposta dovesse essere accettata, per la costruzione del sistema di approvvigionamento servirebbero almeno 18 mesi e una spesa di 500 milioni di real brasiliani.”

http://www.meteogiornale.it/notizia/31728-1-brasile-e-guerra-tra-stati-a-causa-della-siccita

 

OGM IN BRASILE il 13 marzo) i giudici della Corte Federale d’Appello – TRF4 – hanno deciso all’unanimità di annullare la decisione della Commissione Tecnica per la Sicurezza Nazionale – CTN-Bio – sulla autorizzazione all’uso del mais transgenico Liberty Link, della multinazionale Bayer. La decisione è stata presa sulla base  della mancanza di studi di valutazione dei rischi da OGM. La sessione ha emesso un giudizio sulla Azione Pubblica Civile promossa nel 2007 da Terra de Direitos, dall’Istituto Brasiliano per la Difesa dei Consumatori – IDEC e dall’Associazione Nazionale dei Piccoli Agricoltori, la AS-PTA, che avevano contestato la legittimità della licenza commerciale rilasciata alla Liberty Link.


Il relatore della causa, il Giudice Federale Candido Silva Alfredo Leal Junior, prima della sentenza, ha letto una lunga relazione, sostenendo la necessità di effettuare studi sugli effetti negativi che possono produrre gli OG M su tutti i biomi. Per Leal Junior, non sono sufficienti gli studi condotti in altri paesi, perché la legge impone che le decisioni del CTN-Bio siano supportate da studi specifici che valutino l’impatto degli OGM su ciascuno dei principali bioma del paese.

 

Inoltre, il giudice ha condannato il CTN-Bio ad elaborare norme idonee per  consentire alla società civile l’accesso ai documenti che vengono presentati alla Commissione, per dare la possibilità alla popolazione di intervenire, con una partecipazione qualificata, nei processi di autorizzazione al commercio. 

I Giudici Federali Marga Inge Barth Tessler, Vivian Josete Pantaleão Caminha e Carlos Eduardo Flores Thompson Lenz , hanno sposato in pieno la posizione del giudice relatore, mettendo in evidenza l’eccellenza del lavoro svolto. Il Giudice Flores Lenz, che in precedenza aveva votato per l’autorizzazione, del mais transgenico, ha cambiato la sua posizione, sottolineando che l’analisi del relatore farà storia e servirà come nuovo paradigma da seguire in futuro per l’interpretazione della materia.

Con questa decisione il mais transgenico – OGM – della Bayer non può essere commercializzato nelle regioni del Nord e Nordest del Brasile…CONTINUA http://vocidallastrada.blogspot.it/2014/03/mais-ogm-bloccato-da-un-tribunale-in.html

 
 
INTERESSANTE CAPIRE …COME FARANNO AD AGEVOLARE L’ACCETTAZIONE  DI  TALI CRIMINI…

LE COLTIVAZIONI OGM FINALIZZATE A SCOPI UMANITARI POTREBBERO AGEVOLARNE L’ACCETTAZIONE…

Come ex attivista antiogm  ho una triste consuetudine con l’aspra contrapposizione sui benefici apportati dagli OGM. Ma questa esperienza mi è di aiuto nel trovare la giusta risposta da dare ai timori delle persone, senza però mettere al bando una tecnologia di vitale importanza. La totale assenza di toni concilianti all’interno di questa disputa, non significa che entrambe le parti possano rivendicare il medesimo diritto alla verità. In ambito scientifico l’opinione condivisa è che le colture transgeniche siano altrettanto sicure di quelle non geneticamente modificate, come confermato dall’American Association for the Advancement, la World Health Organization e molte altre importanti organizzazioni. Ma l’ampio consenso scientifico sulla sicurezza degli OGM è di scarsa rilevanza per gli attivisti anti OGM. Si tratta di un tema in aperto contrasto con la loro visione del mondo; un tema che, molto semplicemente, sono in grado di accettare da un punto di vista psicologico. Gli OGM incarnano le paure degli attivisti nei confronti dell’abuso tecnologico, della produzione industriale di cibo e del potere economico delle multinazionali.

Un passo in avanti è riuscire a dimostrare che gli OGM possono venire impiegati in progetti che promuovono dichiaratamente i principi e gli obiettivi politici che animano i loro oppositori. Queste coltivazioni, infatti, possono limitare l’impiego di prodotti agrochimici dannosi per l’ambiente e molte sono state sviluppate daorganizzazioni del settore pubblico, dedicate alla sicurezza alimentare, alla lotta contro la povertà e alla sostenibilità.

Un esempio è dato da una varietà di melanzana geneticamente modificata, nota come Bt brinjal, recentemente approvata dal governo del Bangladesh. Questa pianta è stata sviluppata grazie a una collaborazione

internazionale fra università e istituti del settore pubblico, guidata dalla Cornell University (dove sono professore invitato, coinvolto in questo progetto) e il Bangladesh Agricultural Research Institute.

La varietà modificata è resistente a un bruco definito parassita del frutto e del germoglio, che distrugge letteralmente la metà del raccolto di melanzane del Bangladesh. Consente l’abolizione dell’uso di insetticidi che espongono gli agricoltori i consumatori ad agenti cancerogeni.

Numerosi test scientifici hanno dimostrato che la pianta è sicura per ilconsumo umano e gli agricoltori saranno

incoraggiati a conservare i semi da un anno all’altro.

Il riso dorato, geneticamente modificato per produrre betacarotene, costituisce un altro esempio di come gli OGM possano diventare espressione di quei principi che ispirano i loro oppositori. Questa varietà fu sviluppata per ridurre la carenza di vitamina A, che si ritiene sia la causa di 2 milioni di morti all’anno, prevalentemente

bambini piccoli. Il riso dorato è di proprietà di un’organizzazione umanitaria indipendente e non di una multinazionale.

Anche in questo caso gli agricoltori dovranno conservare i semi: ciò sarà di cruciale importanza se il progetto avrà successo nella lotta contro la denutrizione.

Entrambi questi progetti hanno subito dei  a causa dell’opposizione di Greenpeace e di altri gruppi anti OGM, che

hanno fatto ricorso ai tribunali e persino compiuto atti di vandalismo nei campi. Ma costituiscono comunque un esempio di come riuscire a trasmettere il messaggio che questa tecnologia può venire impiegata per scopi umanitari e ambientalisti e che pertanto non merita di essere del tutto osteggiata.

 

Mark Lynas è uno scrittore ambientalista,

docente presso il College of Agriculture

and Life Sciences della Cornell University

 

 

L’INGANNO E’ SERVITO…

NO OGM…NO GEOINGEGNERIA!!!