MANIPOLARE E MODIFICARE…STRETTAMENTE COLLEGATI.

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Se la Geoingegneria, la manipolazione del tempo e la modifica genetica continuano a questo ritmo perderemo la nostra capacità di crescere cibo buono e nutriente, stiamo perdendo la nostra capacità di prosperare”

 

Come mai la Monsanto ha sviluppato un gene resistente all’alluminio? La Monsanto sta attualmente introducendo sul mercato un gene resistente all’alluminio. Ecco la storia: “I piccoli agricoltori poveri di risorse dei paesi in via di sviluppo devono fronteggiare difficoltà quotidiane che includono terreni poco fertili, siccità e scarsità di contributi. Le attuali tendenze globali relative ai cambiamenti climatici ed alla crescita della popolazione sono destinate ad esacerbare tali ristrettezze. Una ricerca di nuova generazione su coltivazioni geneticamente manipolate (GE) si pone l’obiettivo di alleviare queste pressioni attraverso il miglioramento di varietà colturali di sussistenza – come la manioca, il sorgo e il miglio – che incorporino caratteristiche come la tolleranza alla siccità, all’acqua ed all’alluminio nei terreni, oltre alla creazione di piante con una più efficiente sintesi dell’azoto e del fosforo.

Sarà una coincidenza che la Monsanto ci venga “in soccorso” con geni resistenti all’alluminio dato che le piante normali muoiono in presenza di eccessivo alluminio? Oppure si tratta di capitalismo opportunistico e di un pianificato monopolio corporativo delle fonti di cibo da parte della Monsanto, secondo un meccanismo di dialettica hegeliana basato su informazioni riservate circa un proposto programma di “geoingegneria” che in realtà è già in atto e sta saturando la nostra atmosfera con scie chimiche contenenti alluminio e bario?

Questo non è un gioco, signori. Ci stanno attaccando da ogni lato nell’ambito di un deliberato piano omicida e genocida…

Barbara H Peterson

Gli impatti dovuti alla manipolazione climatica sono molto diffusi e si possono osservare ormai ovunque, in ogni continente.

Il consigliere di Obama John Holdren il 15 novembre del 2011 ha pubblicamente ammesso che il governo americano da 15 anni effettua l’irrorazione chimica dei cieli a favore della Geoingegneria e della manipolazione climatica.

La manipolazione climatica è considerata fondamentale per combattere i “cambiamenti climatici”almeno questo è quanto vogliono farci credere, ciò che invece non ci viene esplicitamente detto è come tali operazioni di geoingegneria siano strettamente legate alle attività delle multinazionali agroalimentari, farmaceutiche e ai loro interessi.

Già dal 1992 iniziaro i sospetti su gli imprevedibili effetti che gli ogm avrebbero avuto sulla salute umana, ma i governi  cercarono da subito di promuoverli anche grazie alla complicità dei media, negando all’opinione pubblica il fatto che facessero male, questo a detta di quest’ultimi per mancanza di prove evidenti sulla differenza tra questi cibi trangenici e quelli tradizionali.

Tali schieramenti da parte di molti governi  a favore degli ogm nonostante le segnalazioni da parte del mondo scientifico sulla loro pericolosità risultarono inevitabili visto come tale argomento risultava fortemente in contrasto con gli interessi delle corporazioni alimentari e farmaceutiche.

Lo stesso Codex Alimetarius consente l’utilizzo di 7 dei 12 erbicidi, ormoni della crescita, antibiotici nelle carni e solo semi ogm.

 

I RISCHI DELLA MANIPOLAZIONE GENETICA…una serie di informazioni che permettano ad ognuno di noi di farsi una propria idea e di non delegare ad altri il nostro futuro su aspetti così rilevanti, quindi credo che l’obiettivo di questo incontro è quello di stimolare una riflessione ed un dibattito su problemi che hanno rilevanza anzitutto etica, ma anche in termini sociali, economici, ambientali, sanitari; insomma c’è una quantità di aspetti che sono toccati da queste tematiche, che sarebbe veramente incredibile che qualcun altro decidesse per noi su questi temi. Tuttavia, questo è proprio quello che sta succedendo, perché in realtà di manipolazioni genetiche si parla da molti anni, le manipolazioni genetiche esistono come potenzialità dagli anni ’70, dagli anni ’80 abbiamo cominciato a verificare che, negli USA prima, poi anche in altri Paesi compresa l’Europa, si sono create aziende, industrie e multinazionali in questo settore ( in particolare negli Stati Uniti, dagli anni ’80, questo si è prima sviluppato nel settore bio-medico, poi anche in quello agro-alimentare); oggi rischiamo di discutere di queste cose quando in gran parte il processo rischia di sfuggirci di mano, di sfuggire di mano a noi, in quanto cittadini, in quanto collettività, ed è questo l’aspetto più rilevante.Allora credo che proprio in una logica di informazione, ma anche di provocazione, perché lo stimolo al dibattito viene anche dalle provocazioni, partirei da alcune considerazioni preliminari.La prima cosa è che troppo spesso si parla non di manipolazioni genetiche, ma di biotecnologie. Ecco, stiamo attenti perché le biotecnologie esistono da quando l’uomo è diventato prima allevatore, e poi agricoltore, perché biotecnologie indica semplicemente una tecnica che utilizza un fenomeno biologico; quindi fare la birra, o l’aceto, o il vino, o lo yogurt e si potrebbe andare avanti a lungo, sono tutte biotecnologie. Si utilizzano dei fenomeni, in questo caso processi determinati da microrganismi, per ottenere un processo tecnologico, cioè un qualcosa che in natura non si verificherebbe senza una progettualità dell’uomo, che utilizza la conoscenza di questo fenomeno e la finalizza ad un processo tecnico. Quindi le biotecnologie non sono una novità.La novità, negli anni ’70, è l’acquisizione a livello scientifico della scoperta che esistono dei processi molecolari per cambiare porzioni di informazione genetica corrispondenti a geni e trasferirli da una specie a qualunque altra. E qui teniamo a definire alcuni dei termini che vengono correntemente utilizzati.Spesso si trova scritto OGM, ovvero organismo geneticamente modificato, è un organismo nel quale con questa tecnica, detta anche, in ingegneria genetica, tecnica del DNA ricombinante, ho inserito un gene estraneo a quell’individuo, a quella popolazione, a quella specie. Usando questo metodo posso inserire anche geni della stessa specie, ma il più delle volte si inseriscono geni di specie assolutamente diverse; quindi trasferendo geni da una specie ad un’altra ottengo un nuovo individuo che è transgenico. Di conseguenza parliamo anche di prodotti transgenici, di cibi transgenici, in quanto derivati di organismi manipolati geneticamente.Quali sono i problemi che pone l’applicazione delle manipolazioni genetiche nei vari settori?Qui bisogna stare attenti a non cadere in alcuni luoghi comuni ed a non fare di tutt’erba un fascio. Non è che a priori qualsiasi manipolazione genetica debba essere considerata inaccettabile, il problema è di vedere quando un intervento rispetta principi etici, di sicurezza per la salute dell’uomo, di sicurezza per l’ambiente, di rispetto dei popoli, quando rispetta dei valori che sono parte fondamentale della comunità di cui facciamo parte. Allora, le prime applicazioni di manipolazioni genetiche si sono rivolte, e sono rilevanti tuttora, al settore della salute, al settore bio-medico, inizialmente con due applicazioni, poi ne vedremo una terza, attualmente in corso e molto pericolosa.La prima applicazione, che pure ha dei rischi, consiste nel modificare dei batteri, quindi dei microrganismi, con dei geni, il più delle volte di origine umana. In questo modo posso far produrre a dei batteri proteine che sono tipiche della specie umana. In realtà questo tipo di procedura è da tempo consolidato e, anche se non ce ne accorgiamo, moltissime persone comprano in farmacia prodotti medicinali che sono ottenuti in questo modo. Ad esempio in questo modo si può ottenere insulina di origine umana, che i diabetici usano normalmente.Qual è il motivo di rischio ed il motivo di accettabilità di questo tipo di procedimento? Va detto subito, che quando io modifico geneticamente un microrganismo, c’è un pericolo, perché se questo microrganismo si diffondesse nell’ambiente naturale e, per esempio, produce una proteina umana in quantità e luoghi sbagliati, potrebbe avere effetti disastrosi sulla specie umana, se questo microrganismo è in grado di inserirsi nel corpo umano. Però normalmente, come tecnica ormai consolidata, questi microrganismi sono tenuti in ambienti cosiddetti ‘confinati’, quindi in ambienti chiusi di laboratorio, dove è necessario usare tutta una serie di cautele per entrare nel luogo dove si opera, e questi microrganismi sono all’interno di un reattore fermentatore, che può essere spento con un interruttore, il che significa che qualunque cosa succeda, io posso spegnere il sistema e quindi sono in un ambiente in qualche modo controllato e, se l’ambiente è controllato, il rischio del prodotto finale che metto in commercio è paragonabile al normale rischio di qualunque medicinale, il che non significa che non ci sono rischi, al contrario. Per esempio, in questo modo mettendo in circolazione un aminoacido essenziale, che è utile per risolvere delle carenze alimentari, si è determinata la morte di alcune persone perché nella purificazione dei microrganismi sono stati ottenuti dei residui di prodotti non voluti, ma tossici, che hanno determinato la nocività da parte del prodotto ricavato. Questo perché passando dalla tecnica di laboratorio alla tecnica industriale, si compiono delle operazioni che rendono meno sicuro il processo, ed anche perché probabilmente questo è dovuto al fatto che inserendo dei geni, io interagisco con altri geni, e quindi posso avere delle attivazioni e delle disattivazioni di porzioni dell’informazione genetica, che possono produrre sostanze non desiderate. Il che, vedremo, accade anche in altri ambiti.In ogni caso, se il processo viene effettuato in ambiente confinato, possiamo dire che questo tipo di situazione rientra nella normale procedura di produzione di medicinali, non solo, ma c’è un ragionamento ben preciso alla base di ciò: il rischio che si corre con un medicinale, è un rischio in qualche modo noto, perché ogni medicinale comporta qualche rischio, ma è controbilanciato, quando il medicinale è ben sperimentato, dal vantaggio nel combattere un pericolo che si spera maggiore del rischio che deriva dal medicinale. Certo, non sempre è così, perché quando si è messo in vendita un medicinale contro il mal di testa che conteneva sostanze cancerogene, il bilanciamento non era uniforme, eppure questo è stato fatto e si continua a fare.Ad ogni modo diciamo che in generale questo non è un problema tipico del prodotto manipolato geneticamente, ma è un problema del medicinale in generale. Il rischio può essere anche rilevante se è compensato dal fatto che ciò che produco può salvare delle vite umane rispetto al rischio ben maggiore che in assenza del medicinale il danno sicuramente peggiori.Questo stesso tipo di discorso può essere fatto anche riguardo ad un altro tipo di intervento medico, ovvero con la terapia genica.La terapia genica ha come finalità quella di intervenire non sull’informazione genetica dell’individuo, ma sull’informazione genetica di cellule e di tessuti e organi di individui che presentano geni che o non funzionano, o danno predisposizione a certe malattie, sicchè modificando tali geni, essi modificano o la malattia genetica ereditaria, o la predisposizione a certe malattie non necessariamente ereditarie, ma che si acquisiscono grazie alla predisposizione. Oggi con la terapia genica abbiamo ottenuto un solo caso di cura.C’è una sola malattia ereditaria che viene curata con la terapia genica, e si tratta di una malattia rarissima (una forma di immunodeficienza congenita che costringe a vivere per sempre in ambiente sterilizzato). Questo dimostra la difficoltà di trasformare un processo teoricamente semplice in un procedimento affidabile e credibile, che dia dei risultati.Finora alle industrie del settore interessa molto di più cercare terapie per malattie di larga diffusione, che assicurino lauti guadagni ad imprese che non appartengono ad enti pubblici, ma a privati. Alle multinazionali del settore preme più ottenere la terapia genica non tanto per malattie genetiche che sono quasi sempre molto rare, ma per malattie di larga diffusione come il tumore o l’AIDS, che però non è detto che siano curabili attraverso questo tipo di terapia. Tuttavia, anche alcune malattie genetiche abbastanza diffuse non sono risolvibili con la terapia genica perché si ignora un fenomeno molto importante che è quello per cui inserire un gene in un sistema complesso, non comporta necessariamente che quello stesso gene si manifesti, ciò vuol dire che bisogna studiare bene la possibilità che nell’interazione fra geni ci sia il manifestarsi del gene desiderato; il che è tutt’altro che facile. Noi oggi siamo in gradi di inserire geni, ma non siamo affatto capaci di controllare ciò che succede una volta introdotto un gene. Questo è un limite rilevante, che in altri casi ci permetterà di capirne i pericoli.Anche nel caso della terapia genica abbiamo dei rischi, infatti di recente una persona che si è sottoposta, volontariamente ed adeguatamente informata, alla sperimentazione della terapia genica è morta. Il rischio in questo caso è stato compensato dalla possibilità di guarire, in quanto la malattia per la quale quella persona aveva accettato di sottoporsi al trattamento avrebbe portato comunque alla morte. In ogni caso noi abbiamo sempre una valutazione dei rischi e dei benefici e, dobbiamo aggiungere, nel caso della terapia genica, i rischi riguardano solo l’individuo interessato, e non è invece qualcosa che si diffonda, in quanto abbiamo solo modificato delle cellule. A livello etico finora abbiamo sempre rifiutato che si possa intervenire sui geni di cellule germinali, cioè che possano dare origine permanentemente ad una modificazione genetica, perché c’è un principio etico che non esiste in natura una definizione esatta di gene buono e di gene cattivo, come non esistono piante buone e piante cattive, o animali buoni ed animali cattivi. Per capire la differenza fra gene buono e gene cattivo, che non esiste, vi mostro che in natura esistono numerosi casi di geni apparentemente sfavorevoli per le specie che li portano, e che poi, in particolari condizioni, si rivelano vantaggiosi. Un esempio classico è quello delle farfalle che vivono sulle betulle, farfalle normalmente bianche, che stando sulle betulle, la cui corteccia è anch’essa bianca, non sono visibili agli uccelli loro predatori. Tuttavia all’interno di questa popolazione di farfalle c’è un gene che determina la colorazione nera, sicchè le farfalle nere, stando sulla corteccia chiara, vengono subito individuate dai predatori. Nonostante questo svantaggio, nei meccanismi riproduttivi, una quota della popolazione mantiene il carattere della colorazione nera. Proprio questo carattere si è rivelato vitale quando, a causa dell’inquinamento conseguente allo sviluppo industriale nell’Inghilterra della dine del ‘700, si è avuto l’annerimento della corteccia delle betulle. In queste condizioni, solo la quota delle farfalle nere godeva di una buona mimetizzazione, a differenza delle farfalle bianche.Questo significa che la definizione di gene utile e di gene dannoso varia al variare dell’ambiente, non c’è un concetto fisso.Questo vale anche per la specie umana. In molte zone dell’Adriatico, compresa la Puglia, è diffusa una malattia detta ‘anemia mediterranea’, solo nelle zone al di sotto dei 500 metri di altezza, oltre i quali non si trova più questo carattere. La presenza di quest’ultimo è legata a zone un tempo malariche. Infatti l’anemia mediterranea è una malattia che comporta di solito una vita disagevole, a causa della necessità di continue trasfusioni e la purificazione del sangue dagli accumuli di ferro. Pertanto oggi l’anemia mediterranea appare come una malattia del tutto negativa. Eppure nel passato, quando in quello stesso territorio c’era la malaria, una piccola quota di popolazione andava incontro all’anemia mediterranea, una piccola quota di popolazione moriva di malaria, una gran parte della popolazione non aveva né la malaria, né l’anemia mediterranea. Infatti gli individui che ricevevano da uno solo dei genitori il carattere per l’anemia mediterranea avevano dei globuli rossi leggermente più piccoli, e conducevano una vita assolutamente normale, però questa piccola anomalia rendeva lo sviluppo del plasmode della malaria diverso da quello che si ha nelle condizioni di un globulo rosso normale e permetteva alle difendersi dalla malaria. Questo significa che il gene dell’anemia mediterranea in sé non è né buono, né cattivo, ma dipende dalle condizioni ambientali. Lo stesso discorso vale per l’anemia falciforme, legata ad un altro tipo di malaria.Tutto questo per dire che sarebbe perfettamente demenziale intervenire artificialmente sul patrimonio genetico umano e pensare di trasformare l’uomo in un individuo perfetto, con geni tutti giusti, perché si ha in mente una certa idea di quali siano i geni giusti, come quando si pensa che tutti gli uomini debbano essere con gli occhi azzurri, magari tutti alti un metro e ottanta, magari biondi, o a seconda dei gusti. In effetti in America c’è chi pensa a queste cose, per cui si parla di ‘bambini a comando’. Io spero che queste cose non accadano mai, però c’è purtroppo chi lo auspica in qualche modo. Il fatto stesso che si parli di clonazione umana spiega come questa tendenza sia tutt’altro che remota e addirittura oggi siamo arrivati a ciò che prima veniva negato, ovvero che mai si sarebbe effettuata la clonazione umana. Ma, guardate, se siamo in grado di clonare animali, siamo tecnicamente in grado di clonare anche l’uomo.E perché oggi si arriva alla clonazione? La clonazione è un fenomeno che conosciamo dagli anni ’60. Il motivo per il quale oggi si vuole arrivare alla clonazione di mammiferi, e quindi anche dell’uomo, è che ci sono nuove prospettive commerciali, e non di interesse scientifico. Per esempio, in natura nei microrganismi e nelle piante la clonazione è naturale. I microrganismi si riproducono in modo tale da formare cloni, e nelle piante si possono riprodurre piante in modo che si formino cloni, così come avviene con la talea. ‘Clone’ non significa che la pianta sia identica a quella di partenza, anche questo è un grosso errore molto comune, ‘clone’ vuol dire piuttosto che ha lo stesso patrimonio genetico, ma siccome le sollecitazioni ambientali a cui è sottoposto l’individuo provocano comunque risposte differenti nei due esemplari, che nell’interazione con l’ambiente non sono mai uguali, perciò. Bisogna poi considerare anche il fatto che due individui sfasati nel tempo non sono mai uguali. Ma c’è una domanda di clonazione umana di un altro tipo e che spiega come mai oggi siamo arrivati a clonare l’uomo, o perlomeno a proporlo ed a brevettare una clonazione umana. Perché una volta ottenuta la manipolazione genetica di mammiferi e per mantenere in maniera permanente questa modificazione genetica, è indispensabile la clonazione, poiché attraverso la riproduzione sessuale il carattere acquisito per modificazione genetica si disperderebbe.E infatti la clonazione di Dolly nasce da questo. Oggi, il fatto che si sia brevettata (dicono che sia un errore, ma non è vero) una tecnica di clonazione per tutti i mammiferi, uomo compreso, è perché questo apre alcuni aspetti commerciali di grande interesse.Nelle applicazioni mediche, finchè si tratta di ottenere farmaci o terapia genica, non sollevano grandi problemi né etici, né comportano rischi diversi da quelli impliciti negli altri tipi di medicinali. Ma quando vediamo intaccare il patrimonio genetico umano, in maniera permanente, per finalità mediche, il discorso cambia. E infatti il discorso della clonazione di animali, ed eventualmente umana, ha una finalità tutta commerciale, con aspetti estremamente rischiosi non giustificati per l’umanità nel suo complesso. Se modifichiamo geneticamente animali, lo facciamo in particolar modo, e questo è il grande affare del futuro, per poter rendere animali, come le scimmie, o i maiali, ‘umanizzati’ cioè per inserire geni umani in modo da rendere questi animali vicini all’uomo, dal punto di vista della istocompatibilità e quindi come possibilità di trasferire tessuti ed organi di queste scimmie e maiali nell’uomo, e perciò per utilizzarli come fonte di pezzi di ricambio nella medicina dei trapianti. E’ chiaro che una volta che ho umanizzato un animale per trapianti, non posso permettermi di disperdere il carattere e di riprodurlo ogni volta di nuovo, perchè sarebbe troppo costoso, quindi il carattere viene mantenuto tale e quale è stato ottenuto mediante la clonazione.L’altro motivo, per cui si è arrivati alla clonazione anche dell’uomo, riguarda il fatto che ci sono dei problemi nel trapianto di tessuti ed organi da animali, perché quando io inserisco il cuore di un maiale nell’uomo, ad esempio, ammesso anche che non ci sia rigetto, dal momento che si tratta di un animale umanizzato, comunque sangue e cellule di questo cuore sono sempre sangue e cellule proprie della specie del maiale, e quindi ne contengono le particolari caratteristiche genetiche. Ora, nel patrimonio genetico di ogni mammifero si trovano anche dei virus (vedi l’esempio dell’herpes, che è un virus inserito nel genoma, e che si manifesta in particolari casi di abbassamento delle difese immunitarie). Quando il virus proprio di un animale riesce a colonizzare un altro animale, inizialmente, finchè non si stabilisce una situazione di equilibrio, provoca danni irreversibili. Il virus dell’ e di Ebola sono degli esempi di questo tipo di inserimento di virus propri di alcuni animalQuindi il rischio che dai maiali o dalle scimmie usati negli xenotrapianti si trasmettano virus estranei all’uomo è altissimo, mortale. Infatti, poiché nel sangue ci sono delle cellule in grado di diffondersi nell’organismo ricevente, una volta effettuato lo xenotrapianto, si instaura un equilibrio tale che il 7-8% delle cellule dell’individuo ospitante sono di origine animale. Si ottiene così quella che viene definita la ‘chimerizzazione’. Siamo realmente in grado di sapere cosa vuol dire, anche solo dal punto di vista pratico, creare organismi chimerici, con tutti i rischi impliciti in questo tipo di intervento? E’ evidente che la cosa sia quantomeno avventata. Qui non c’è più la possibilità di mettere su un piatto della bilancia un vantaggio, contro un certo rischio, qui c’è solo un rischio enorme che non può essere controbilanciato da niente!E tuttavia in Italia abbiamo numerose fattorie impegnate nell’allevamento di maiali transgenici pronti ad essere sperimentati. In Inghilterra si sta discutendo quando autorizzare il primo xenotrapianto da maiale, perciò non stiamo parlando di qualcosa di futuribile, ma di qualcosa che è già in atto.Tutto ciò non fa che portare al dato di fatto della commercializzazione del corpo umano, come la brevettazione delle tecniche di clonazione umana dimostra. Il brevetto relativo al processo di clonazione umana non è venuto per sbaglio, come si tenta di far credere, l’Ufficio Brevetti di Monaco l’ha brevettato ben consapevole di quello che faceva, in quanto questo stesso Ufficio qualche mese fa, sebbene la Convenzione Europea sul Brevetto vieti il rilascio di brevetti di questo genere, attraverso una modifica tecnica del regolamento, ha inserito al proprio interno tutta la direttiva europea sui brevetti biotecnologici, una direttiva molto contestata, che non è ancora stata recepita da nessun paese europeo, rispetto alla quale Olanda e Italia hanno fatto ricorso presso la Corte di Giustizia Europea, e che in questi stessi giorni è in corso di discussione al Senato.Per capire che non si è trattato affatto di un errore basta leggere il testo di questa direttiva ed il testo di recepimento della direttiva presentato dal Governo italiano, quello stesso Governo che ha fatto ricorso contro la direttiva. Certo, sono state apportate delle modifiche, la direttiva ha ottenuto il voto di tutti i Ministri, tranne quello dell’Ambiente, in ogni caso, sia nella direttiva, sia nel recepimento, si dice esplicitamente che i brevetti non possono essere concessi per tecniche di clonazione di esseri umani (il che in apparenza potrebbe sembrare una nota cautelativa, ma in realtà le cose stanno diversamente), quindi sembrerebbe che si possa parlare di errore. Invece, il termine usato dal Parlamento Europeo era tecniche di clonazione umana, questo termine è stato volutamente cambiato da tecniche di clonazione umana e tecniche di clonazione di esseri umani, la differenza non sfugge e riguarda il fatto che un grumo di cellule, quale è quello che si dà nei primi stadi dello sviluppo dell’embrione, non è ancora ufficialmente definibile un essere umano, quindi l’aver trasformato intenzionalmente i termini consente di lasciare uno spazio di manovra alle tecniche di clonazione che arriva fino allo stadio di plastocisti, in cui ancora non si può parlare di essere umano. La questione viene presentata in termini assai ambigui.All’articolo 5, primo comma, della direttiva si dice che la brevettazione del corpo umano è vietata, mentre al comma due si dice che parti isolate del corpo umano, compresi i geni umani, sono brevettabili. Ma siccome è del tutto evidente che l’isolamento anche solo dei geni prevede un intervento sul corpo umano, non sfugge come l’ipocrisia del primo comma non serva che a giustificare il secondo.In realtà il secondo comma non fa che garantire ciò che negli Stati Uniti è pratica comune da anni, ovvero la biopirateria. Negli USA la brevettabilità esiste dagli anni ’80, a partire da questi stessi anni in tutte le parti del mondo i ricercatori americani stanno rapinando geni di piante, di animali ed anche umani. Solo l’anno scorso un’unica ditta americana ha richiesto il brevetto per 6500 geni umani.

In Italia abbiamo un signore, i cui geni sono stati brevettati negli USA, un signore di Limone del Garda, che possiede un gene che dà resistenza ad un alto tasso di colesterolo, evitando il rischio di malattie cardio-circolatorie. E’ una scoperta molto interessante, ed interessante per tutti, ma questo gene o appartiene a lui, o appartiene all’umanità. Invece no. Questo gene appartiene ad una ditta che lo ha brevettato. Si sa anche di un commerciante dell’Alaska, le cellule della cui milza sono state brevettate, e via discorrendo, ci sono ormai moltissimi casi di questo tipo. Altro caso eclatante quello di una linea di cellule raccolte ad una ragazza india dell’Amazzonia, e brevettate. In seguito, quando la cosa è stata scoperta, la popolazione d’origine della ragazza ha inviato una a lettera al presidente USA, dicendo che mai avrebbero potuto immaginare che si arrivasse ad un’aberrazione tale, che addirittura parti del corpo umano potessero diventare proprietà di qualcuno, senza peraltro che i diretti interessati fossero informati.

La biopirateria ha un campo di applicazione che non riguarda solo l’uomo, ed ora veniamo alla seconda area fondamentale delle biotecnologie: il settore agroalimentare. In questo campo il brevetto ha permesso di rapinare geni di piante in varie parti del pianeta e di brevettarle, laddove questo poteva essere usato biotecnologicamente attraverso manipolazioni genetiche. In India, nei primi anni ’90 ricercatori americani hanno scoperto che da più di un migliaio di anni si utilizzano i prodotti derivati da un albero, il nih, che dà origine a prodotti utilizzati in medicina umana ed in agricoltura. Questa scoperta, che appartiene alla storia ed alla cultura del popolo indiano, è stata da sempre messa a disposizione di tutti i popoli dell’area dell’Oceano Indiano, senza che mai nessuno chiedesse a questi popoli di pagare i diritti d’autore all’India. Invece, quando arrivano le multinazionali americane, prelevano i geni di questi prodotti e li brevettano in America. Il meccanismo è quello di una privatizzazione, non solo nei confronti di qualcosa che appartiene alla natura, ma che rientra nella cultura di un popolo che per secoli lo ha messo gratuitamente a disposizione di tutti.

Questa è la brevettabilità.

Oltretutto la brevettabilità è considerabile come un ‘offesa al buon senso, giacchè un brevetto si attua quando si ha a che fare con degli oggetti, delle macchine, degli utensili, quindi abbiamo qui l’affermazione implicita che le piante siano assimilabili a delle macchine, a delle cose; e che questi oggetti siano brevettabili in maniera anche più rigida di come si fa con le cose inanimate, perché in effetti qui si sottopongono a brevetto il gene, la pianta modificata con l’inserimento del gene, e la discendenza di quella pianta, perché il brevetto di estende a tutti i figli di quella pianta, che hanno quel carattere. Il che è ben diverso che brevettare una macchina, perché quando io brevetto una macchina, essa non è poi in grado di riprodursi e di fare tante macchinette uguali alla prima, ma devo rifabbricarla io ogni volta.

Siamo di fronte ad un’aberrazione colossale anche perché in questi casi si proclama che l’uomo sia il creatore di quella pianta, di quel gene, o di quell’animale, cosa che al momento non è assolutamente vero, perché non siamo affatto in grado di farlo. Se diciamo che una pianta, in cui abbiamo inserito un gene, peraltro in un insieme di migliaia di geni, è una nostra invenzione, è come dire che se prendo la Divina Commedia e ne cambio una parola, io sono l’autore della Divina Commedia. Se lo facessi davvero, sarebbe palesemente un reato, invece se prendo geni di una pianta non è reato, e le multinazionali possono farlo.

Questa è l’aberrazione del brevetto, che ha conseguenze etiche ed economiche enormi, perché significano la privatizzazione della vita, da parte di poche multinazionali sull’insieme delle risorse genetiche del pianeta.

Tutto questo, applicato a livello agroalimentare significa che poche multinazionali diventano proprietarie dell’intero sistema agroalimentare. Oggi abbiamo immense multinazionali sementiere, che sono le stesse multinazionali della chimica per agricoltura e le stesse delle biotecnologie alimentari. La Monsanto ne è un esempio, essa produce diserbanti attualmente usati in agricoltura, è un’azienda leader nel settore delle biotecnologie, nonché una delle più grandi industrie sementiere al mondo. In tal modo la Monsanto detiene letteralmente il controllo delle risorse agroalimentari del pianeta, insieme a poche altre multinazionali.

Tale controllo monopolistico non ha rilevanza soltanto economica, ma ha un ‘importanza enorme anche dal punto di vista sociale e politico, giacchè si acquisisce il potere di condizionare la vita di intere regioni del pianeta. Nella logica della globalizzazione, poi, il progetto è quello analogo a ciò cui abbiamo assistito nel caso dell’industria, di produrre dove, in termini di manodopera e di tutela dell’ambiente, non ci sono organi di difesa, quindi meno controlli, più libertà di sfruttamento e costi di produzione bassissimi. Questi prodotti agroalimentari saranno prodotti in quei luoghi, ma essi non serviranno quelle popolazioni, essi vengono prodotti dove costa meno e venduti dove il mercato tira di più. La logica di questa privatizzazione mi permette un controllo planetario, ma anche una situazione, di fatto già in atto, per cui si fa tutto meno che risolvere il problema della fame del mondo, come invece viene spesso propagandato. Anzi, tutto ciò contribuisce ad affamare ancora di più i popoli poveri, e determinare una situazione intollerabile che sta avvenendo nei paesi ricchi, dove la mancanza di una critica al modello consumistico alimentare porta a mangiare troppo e male, mentre avremmo bisogno di mangiare meno e meglio.

Nella logica della globalizzazione c’è un progetto di controllo del pianeta, che non guarda in faccia né all’ etica, né alla difesa dell’ambiente, né ai diritti dei popoli.

C’è anche un problema di impatto diretto delle manipolazioni genetiche in agricoltura, per quanto riguarda ambiente e salute. Quando noi abbiamo l’utilizzo di piante e animali transgenici immessi nell’ambiente naturale, il processo è irreversibile e non controllabile, come avviene in ambiente confinato. Noi non siamo ancora in grado di prevedere che cosa succederà all’ambiente inserendo piante ed animali transgenici, sapendo però benissimo che questa piante e questi animali possono riprodursi senza controllo umano e trasferire il carattere in direzioni non prevedibili e non volute. In questa evenienza si determinerebbe una forma di inquinamento genetico di un carattere che non ha nulla a che vedere con gli equilibri ambientali e che può avere effetti sconvenienti. In altre parole questo mette in pericolo la biodiversità del pianeta, che è la vera ricchezza del pianeta, come dicono le conoscenze sia dei biologi, sia degli economisti.

Senza biodiversità si va incontro ad un processo di desertificazione. Per biodiversità dobbiamo intendere sia come diversità di specie differenti in diversi ecosistemi, sia come l’insieme di diverse caratteristiche genetiche all’interno di una popolazione: ogni individuo è diverso da qualsiasi altro. L’importanza di questo tipo di biodiversità si vede quando c’è un fattore patogeno, per esempio un virus o un batterio, allorchè una parte della popolazione andrà incontro alla malattia, mentre un’altra parte sarà in grado di difendersi. Se non ci fosse biodiversità, se tutti fossimo uguali, clonati, in caso di malattia si rischia la morte di ognuno, perché non ci sarà nessuno in grado di sopravvivere. O si sopravvive tutti, oppure si muore tutti. Sarebbe una sorta di roulette russa inaccettabile.

Oltre al rischio ambientale ce n’è uno immediato, che è quello per la salute dell’uomo con il consumo di cibi transgenici. Riproponiamo lo stesso ragionamento fatto prima: mentre io posso tollerare un rischio per un farmaco che mi guarisce da una malattia, quale rischio posso tollerare per un cibo (che è indispensabile giacchè io devo comunque mangiare)? Del resto non è che io ho il cibo transgenico perché non c’è cibo, oggi mais e soia sono comunque disponibili. Non è affatto vero che oggi si ha più cibo perché c’è il cibo transgenico, come qualcuno dice. Negli USA esistono coltivazioni transgeniche da quasi dieci anni, se è vero che all’inizio ci sono stati aumenti delle rese quasi del 20%, in realtà in tutto questo periodo, rispetto alle coltivazioni non trangeniche c’è stato un leggero calo.

In effetti , le multinazionali, per i loro prodotti transgenici hanno scelto cinque o sei piante da modificare, e solo due tipi di geni da inserire, perché sono quelli che interessavano commercialmente. Sono stati modificati soia e mais principalmente, che insieme costituiscono più del 90% di tutte le coltivazioni transgeniche degli USA, a questi aggiungiamo la colza e due colture non alimentari, il tabacco ed il cotone. Guarda caso noi in Europa abbiamo sottoscritto una Convenzione come quella sulla Biodiversità, che prevede il principio di precauzione (questo principio significa che di fronte ad un processo tecnologico si stabilisce la necessità di valutare se siamo in grado di prevederne i rischi e, una volta previsti, se siamo in grado di controllare i danni in modo da minimizzarli). Ovviamente il principio di precauzione si può applicare nel caso di un ambiente confinato, ma non nel caso dell’immissione libera di organismi geneticamente modificati nell’ambiente naturale, che possono diffondersi senza che io sappia quello che succede. Non ho evidentemente gli strumenti per prevedere che cosa quell’immissione è in grado di provocare dopo venti o trenta anni.

In termini sanitari il principio di precauzione dice che non è possibile autorizzare la produzione di piante transgeniche per la commercializzazione. Infatti sono state autorizzate solo, e con rischio, per sperimentazione.

Negli USA il principio di precauzione non esiste, tant’è che gli USA non hanno firmato la Convenzione sulla Biodiversità del ’92, nata al summit di Rio con altre due Convenzioni, quella sui Cambiamenti Climatici e quella sulla Desertificazione. Gli americani non tollerano la precauzione, preferiscono prima contare i morti che ha fatto per stabilire che una cosa è pericolosa. Una volta accertato il danno, si può pensare di apportare delle modifiche al sistema, ma se questi danni non sono più controllabili, come nel caso dell’immissione di OGM nell’ambiente? Evidentemente è ben difficile tornare indietro. Prendiamo il caso del DDT: sono anni che non viene più utilizzato, eppure se ne trovano ancora tracce nel latte materno delle donne occidentali e nel grasso degli animali del Polo Nord. Questo dimostra come, una volta disperso nell’ambiente un processo potenzialmente pericoloso non è più controllabile.

Nel caso degli OGM precauzione significa prevenirne veramente l’utilizzo quando non ne ho conoscenza adeguata.

Tuttavia, anche se noi applichiamo il principio di precauzione, in base alle regole del commercio mondiale, stabilite con la fondazione della WTO, in Europa siamo in una situazione di eccesso nella produzione di cibo, tant’è vero che lo distruggiamo, però siamo deficitari per soia e per mais, che sono prodotti transgenici forniti dagli USA. Fino al ’96 abbiamo opposto una certa resistenza, dal ’96 abbiamo accettato, perché gli americani man mano che la crescita del prodotto transgenico arrivava oltre il 30-40% del totale, è stato mescolato all’origine il prodotto transgenico con il prodotto naturale, mandando le navi miste dell’uno e dell’altro in Europa. Dal 1996 abbiamo accettato la soia mista, e dal 1997 il mais. Da allora molti prodotti, fra cui i mangimi per animali e gran parte dei prodotti che noi mangiamo, che contengono ad esempio lecitina di soia, amido di mais, ecc., sono ottenuti in gran parte con prodotti importati transgenici. E tuttavia, malgrado ciò sia già in atto, nessuno sa che siamo tutti sottoposti ad un esperimento di massa, senza peraltro averne capito i vantaggi. O meglio, i vantaggi per qualcuno ci sono, e questo qualcuno sono le multinazionali che esercitano questo incredibile controllo. Solo adesso l’Europa comincia a far valere le proprie ragioni in merito al principio di precauzione. Seattle è stato uno scontro, oltre che tra cittadini, Organizzazioni Non Governative, e logica della globalizzazione del commercio mondiale, anche tra interessi e modi di vedere circa questi problemi europei ed americani.

Recentemente sulla biosicurezza c’è stato un incontro a Montreal, dopo il fallimento di Cartagena, avvenuto un anno e mezzo prima, che ha portato un parziale successo, poiché finalmente gli Stati Uniti hanno riconosciuto che altri possono avere nel proprio ordinamento il principio di precauzione, benchè loro non lo ammettano. In base al principio di precauzione noi abbiamo bloccato l’importazione di carne estrogenata dagli USA, questi ultimi intendevano imporre l’accettazione di questa carne, in quanto loro non riconoscono tale principio, la WTO, ma anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità se è per questo, altrettanto no riconosce il principio di precauzione. Sulla base di questa divergenza c’è stato un conflitto commerciale. La vicenda è anche emblematica della differenza fra due modi di vedere le cose.

Solo adesso emerge la consapevolezza che noi da anni stiamo mangiando prodotti transgenici, stiamo subendo una sperimentazione di massa, siamo tutti cavie da laboratorio, e non siamo ancora ben certi dei rischi che tutto ciò comporta.

Riepilogando: un primo rischio è l’inserimento nel cibo di nuove proteine, il che vuol dire che è del tutto possibile che una parte della popolazione reagisca con intolleranze o allergie a queste nuove proteine;

un secondo rischio è che insieme con il gene per il carattere desiderato ( sostanzialmente due sono le principali modificazioni operate: l’inserimento del gene per la resistenza agli insetti, che ha provocato la morte di insetti utili e l’assuefazione in insetti nocivi; e, un’operazione portata avanti soprattutto dalla Monsanto, l’inserimento del gene per la resistenza ad un erbicida, il glifosato, di produzione della stessa Monsanto, ma recentemente il glifosato è stato dimostrato essere associato allo sviluppo di un particolare tipo di linfoma, quindi di un tumore; perciò quando io ho una pianta resistente al glifosato, questa pianta può assorbirne in quantità rilevanti, senza subirne danno, sicchè quando poi mangio la pianta, mangio anche il glifosato accumulato in essa, con una forte esposizione al rischio di contrarre un tumore), si inserisce anche un gene marcatore, che dà resistenza agli antibiotici, avente la funzione di verificare se l’operazione di modificazione è andata a buon fine. In questo caso resistenza agli antibiotici significa una certa probabilità che il carattere venga assorbito, in quei pochi minuti prima della digestione, da batteri presenti nel nostro intestino, per un fenomeno noto in microbiologia, questi batteri, divenuti resistenti, possono cedere la resistenza anche a batteri patogeni che sono entrati nel nostro organismo. La conseguenza è che questi batteri patogeni non sono più in grado di essere tenuti sotto controllo dagli antibiotici. E questo è un danno grave alle possibili difese, esterne a quelle naturali, quali sono appunto gli antibiotici.

Ultimo e più inquietante rischi per la salute dell’uomo è che comunque, come è stato visto avvenire nelle piante, l’inserimento del gene estraneo, per il modo in cui è inserito, può portare all’instabilità del patrimonio genetico, aumentando il fenomeno di ricombinazione. In natura questo fenomeno esiste e là dove si verifica, per esempio con il trasferimento dei transposoni, una particolare struttura del DNA che può spostarsi da una parte all’altra. Quando si hanno questi fenomeni le zone coinvolte possono subire delle alterazioni per cui i geni interessati possono o bloccarsi, o attivarsi, o avere un’espressione maggiore o minore di quella naturale; questo vuol dire che, per esempio, che in una pianta può succedere che per effetto dell’aumento di ricombinazione, posso avere dei geni che si attivano e producono una sostanza che normalmente o dove normalmente non la producono, o ne produce di più là dove normalmente ne produce pochissima. Nelle piante abbiamo sostanze tossiche prodotte solo in parti che noi non mangiamo, oppure sostanze tossiche, ma prodotte in quantità ridottissime; ebbene, se la patata, che produce la solanina, che è tossica, comincia a produrla nel tubero che noi mangiamo, evidentemente questo diventa un problema. E non è un problema teorico, come ha dimostrato il caso del professor Putszai, presso lo stesso istituto di ricerca scozzese della pecora Dolly, che scoprì che mettendo un gene del bucaneve nella patata, la patata diventava tossica per gli animali che se ne cibavano. Questo caso ha fatto clamore perché quando il ricercatore comunicò questa scoperta, fu allontanato dall’istituto e diffamato dai suoi superiori, ma dopo un anno e mezzo è venuto fuori che ciò che diceva era vero.

Per concludere: è vero che noi stiamo subendo una sperimentazione di massa, ma è anche vero che i cittadini di tutto il mondo, Italia compresa, hanno cominciato a pretendere quantomeno un’etichettatura dei prodotti transgenici. A partire dal mese di aprile avremo un’etichettatura che però nasconde un inganno, giacchè si è stabilito che al di sotto dell’1% di contaminazione di transgenico venga considerato come non transgenico. Peraltro non è ancora chiaro come si farà l’analisi per determinare quest’1%, ecc.

Ad ogni modo questo è già indicativo di come si stia facendo qualcosa di concreto per arrivare all’etichettatura, il che sta mettendo in crisi le multinazionali. Già nell’agosto dello scorso anno la Deutsche Bank disse che se i cittadini avessero ottenuto l’etichettatura, si sarebbero creati due mercati, il mercato del transgenico e quello del naturale, ed è evidente che dinanzi alla scelta il cittadino preferirebbe il prodotto naturale.

L’Europarlamento ha verificato che dal 75 all’80%, a seconda dei paesi, i cittadini in caso di etichettatura non comprerebbero il transgenico, quindi il mercato del transgenico sarebbe destinato alla caduta. Proprio per questo motivo nell’agosto del ’98 la Deutsche Bank ha scoraggiato gli investimenti in OGM.

Guarda caso la Monsanto è entrata in crisi, guarda caso c’è stato qualcosa come Seattle, come protesta mondiale contro questa logica e guarda caso quest’anno negli USA ci sarà un 20% in meno di terre coltivate a transgenico. Segnale chiaro del fatto che se noi, da passivi consumatori, diventiamo cittadini protagonisti, informati, e in grado di scegliere, il mercato lo decidiamo anche noi e non saranno solo gli altri a decidere per noi.

Gianni Tamino, biologo dell’università di padova (membro del comitato nazionale  per la Biosicurezza e le Biotecnologie)

http://www.greensite.it/ogm/approfond.htm

NO OGM…NO GEOINGEGNERIA!!!

 

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METALLI PESANTI NEGLI OCEANI

TEMPESTA OCEANO“OXFORD Stiamo-andando verso una estinzione di massa delle specie marine. Di più: una estinzione che non ha precedenti nella storia del pianeta. Un workshop internazionale di scienziati lancia l’allarme: gli effetti combinati di inquinamento, global warming e altri fattori di stress stanno uccidendo gli oceani”

L’estinzione globale potrebbe cominciare con l’aumento esponenziale della minaccia di specie marine come i coralli. «Gli esperti mondiali, occupati in ogni area delle scienze marine, sono sorpresi dalla imponenza e dalla velocità dei cambiamenti a cui stiamo assistendo» ha commentato Dan Laffoley, co-autore del report e Marine Chair della World Commission on Protected Areas dello IUCN. «Gli effetti complessivi dell’azione umana sugli oceani portano a uno scenario peggiore di quello che emerge considerando i vari fattori di stress singolarmente. Occorre un’azione di contrasto a ogni livello. O ci saranno conseguenze non solo per noi, ma anche per le generazioni future».

State of the Oceans’ co-organizzato dallo IUCN (International Union for Conservation of Nature) e dall’IPSO (International Programme on the State of the Ocean )

 

Satellite-Chemtrails

“Temperature da record negli oceani, scatta l’allarme per le barriere coralline. Secondo un nuovo studio condotto dall’Istituto australiano di scienze marine (AIMS), i coralli sarebbero “in grave rischio” a causa della piu’ alta temperatura dell’acqua registrata in oltre 200 anni. Dalle analisi delle carote prelevate dalle colonie di corallo intorno alle isole Houtman Abrolhos – al largo della costa australiana occidentale – e’ emerso come le alte Temperature dell’oceano registrate dal 1980 in poi siano “senza precedenti almeno dal 1795″.

continua: http://www.meteoweb.eu/2014/04/clima-allarme-per-gli-oceani-temperature-record-barriere-coralline-a-rischio/273725/

Altri fattori di stress…che io chiamerei “semplicemente”Geoingegneria che è una realtà già in atto. 

PROGETTO DI FERTILIZZAZIONE DEGLI OCEANI IN CANADA

…Il ferro doveva fertilizzare il plancton, aumentare la popolazione di salmone e permettere il sequestro di carbonio. Se l’oceano ha risposto come sperato non è chiaro, ma il progetto ha fatto arrabbiare gli scienziati, messo in imbarazzo un intero villaggio ed esperti di geoingegneria.

La prima notizia sul progetto è stata presentata come uno schema di geoingegneria truffa, la più grande della storia, in “palese violazione” dei trattati internazionali.

I critici al progetto pensano che Russ George, un imprenditore staunitense, abbia persuaso il villaggio di Old Masset, sulle isole Queen Charlotte, a finanziare il progetto con la promessa che sarebbe stato possibile vendere i crediti da carbonio per l’anidride carbonica intrappoltata dal fitoplancton.

La realtà è molto più complessa.

Il villaggio di Old Masset ha abbracciato il progetto nella speranza di ripristinare la diminuzione di salmone con l’aumento di fitoplancton e, di conseguenza, l’intera catena alimentare marina.

Gli abitanti del villaggio votarono il prestito per 2.5 milioni $ canadesi per fertilizzare l’oceano. George, a capo di una società californiana che cercava di commercializzare la fertilizzazione degli oceani con sali di ferro, prevedeva di rimborsare il villaggio per il prestito richiesto con la vendita di crediti di carbonio per le aziende che cercano di compensare le loro emissioni di gas serra.

Nell’esperimento il ferro scaricato nell’oceano è stato 5 volte superiore a quello degli esperimenti di fertilizzazione precedenti e nessuno scienziato al di fuori del progetto ha avuto accesso ai risultati finali.

Il progetto ha anche incertezze giuridiche. La fertilizzazione dell’oceano infatti è limitata da una moratoria volontaria internazionale sulla geoingegneria e da un trattato in materia di inquinamento marino. Entrambi gli accordi prevedono deroghe per la ricerca, e il trattato invita le agenzie nazionali dell’ambiente a regolare gli esperimenti.

Il gruppo ETC, un’organizzazione di difesa contro la geoingegnaria, ha accusato George di aver travisato il potenziale del progetto di creare crediti da carbonio, sottolineando la facilità di ottenimento di tali crediti.

In effetti, i crediti da carbonio da progetti di fertilizzazione con sali di ferro non possono essere offerti sui mercati formali come il sistema Europeo di scambio di emissioni, anche se compratori potrebbero essere trovati fuori da questi mercati. E anche se il quantitativo di carbonio sequestrato dalla fertilizzazione con il ferro è incerto.

http://www.chimicionline.it/-News-Progetto_di_fertilizzazione_degli_oceani_in_Canada-659.php

La Geoingegneria viene sempre più vista dagli scienziati come possibile tecnica di rimedio al riscaldamento globale. Un articolo pubblicato sulla rivista Popular Science descrive benissimo come nel settembre 2001 alla casa bianca viene organizzato da Climate Change Technology Program del Presidente degli Stati Uniti un incontro per discutere di tecniche di risposta al “cambiamento climatico”, nell’articolo si può leggere come i partecipanti insistevano sul fatto e sulla mancanza effettiva di prove che il nostro pianeta si stesse surriscaldando, ma descrive come allo stesso tempo si stessero cercando possibili modi per raffreddarlo…Leggendo l’articolo viene fuori che tra le proposte ci sono ‘fertilizzazione’ degli oceani con il ferro per favorire la crescita di plancton…

Attraverso la Geoingegneria stanno manipolando l’intero ambiente globale, stanno alterando il clima con “l’intento” di “ridurre il riscaldamento globale causato dall’uomo…”

 NO GEOINGEGNERIA!!!

 

GEOINGEGNERIA PASSATO PRESENTE E FUTURO…

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Leggiamo insieme cosa dice L’ENEL riguardo alla Geoingegneria…e perchè la considera come una “opzione di riserva” contro i cambiamenti climatici…??

“ma siamo davvero sicuri che sia solo una opzione di riserva??…abbiamo già visto come esistano prove inoppugnabili che tali esperimenti di geoingegneria siano già in atto da oltre sessant’anni…https://marinelliluisa.wordpress.com/2014/03/26/crimine-climatico-in-atto-2/

Comunque  leggiamo…

 

Per limitare le emissioni di gas serra, e quindi arginare i cambiamenti climatici, sono state intraprese varie iniziative a livello internazionale e di singoli Paesi: l’esempio più noto è il Protocollo di Kyoto. Gli effettivi risultati, però, ancora sono in forte dubbio: da un lato applicare le misure stabilite si sta dimostrando molto più laborioso del previsto; dall’altro, se anche tutti i Paesi mantenessero gli impegni, non è detto che la riduzione delle emissioni sarebbe sufficiente a invertire la tendenza al riscaldamento globale.
In previsione dell’eventualità che gli impegni attualmente in corso dovessero rivelarsi insufficienti, molti scienziati in tutto il mondo stanno pensando a un’opzione di riserva. Una sorta di “piano B” costituito dalle tecniche di geoingegneria. Che, in pratica, prevedono una deliberata manipolazione dell’ambiente su vasta scala, mirata a compensare le alterazioni climatiche dovute dagli effetti di altre attività umane.

Trattandosi di interventi sull’ecosistema terrestre che non sono mai state sperimentate, gli scienziati concordano che è necessario adottare le massime cautele e analizzare accuratamente tutte le possibili conseguenze. Sono quindi in corso numerose ricerche per valutare l’efficacia delle tecniche di geoingegneria proposte e i loro possibili impatti ambientali.

Le tecniche di geoingegneria
Le strategie più studiate rientrano in due grandi categorie:

1. quelle che puntano a sottrarre anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera. Sono in generale le meno rischiose dal punto di vista delle possibili conseguenze, ma anche gli effetti positivi richiedono tempi lunghi. Secondo l’International Energy Agency (IEA) potranno contribuire fino al 19% alla riduzione delle emissioni globali di CO2

2. quelle che puntano a ridurre la quantità o l’intensità della radiazione solare in arrivo verso la Terra. Sono le tecnologie più “invasive”, ma anche le più promettenti per gli effetti in tempi brevi.

All’interno della prima categoria, le tecnologie attualmente più studiate sono quelle legate alla cattura e stoccaggio della CO2 (CCS, dall’inglese Carbon Capture and Storage), che prevedono di depositare per sempre rilevanti quantità di CO2 in profondità nel sottosuolo.
Ma sono allo studio anche idee più rivoluzionarie, come, per esempio, fertilizzare gli oceani con particelle di ferro o altre sostanze, in modo da favorire la crescita del plancton, che a sua volta assorbe CO2 dall’atmosfera e poi la rilascia in mare.

Nella seconda categoria rientrano progetti di vario tipo: per esempio immettere particolari sostanze nella stratosfera per schermare i raggi solari, oppure mandare in orbita specchi per riflettere verso lo spazio parte della radiazione solare.
La Royal Society Britannica, nello studio “Geoengineering the climate: science, governance and uncertainty” pubblicato nel settembre 2009, ha effettuato una valutazione di tutte le tecniche variamente proposte, raccomandando di privilegiare quelle meno invasive.

L’opzione CCS
La tecnologia della CCS consiste di due fasi: nella prima si “cattura” la CO2 prodotta da impianti industriali di vario tipo (per esempio le centrali termoelettriche) prima che entri nell’atmosfera. La CO2 così catturata viene quindi immessa in particolari formazioni geologiche sotterranee a profondità superiori agli 800 metri. Questo secondo processo, chiamato sequestro geologico, è pensato per conservare l’anidride carbonica per un tempo indefinito, senza che rientri mai nell’atmosfera.

La tecnologia è ancora in fase sperimentale e ancora non esistono impianti industriali in attività a regime. I progetti però sono in rapido sviluppo in tutto il mondo: il rapporto “The Global Status of CCS: 2010”, realizzato dal Global CCS Institute, alla fine del 2010 ne ha censiti 234, contando sia quelli già avviati sia quelli programmati. Fra questi, due esempi importanti vengono dall’Italia: l’impianto pilota di cattura della CO2 realizzato da Enel Brindisi e quello dimostrativo, quindi su scala commerciale, in progetto da parte della stessa Enel a Porto Tolle (Rovigo).

Sullo sviluppo dell’opzione CCS, oltre ad alcuni aspetti tecnici in fase di soluzione, pesa l’incognita dell’aspetto economico. Importanti progetti sono in corso soprattutto in Europa e Stati Uniti, con l’obiettivo di rendere la tecnologia industrialmente disponibile a prezzi competitivi entro il 2020 o poco oltre. L’Unione Europea considera la CCS una tecnologia strategica per la lotta ai cambiamenti climatici.

Oltre al problema dei costi c’è quello dell’impatto ambientale: le strutture di grandi dimensioni rischiano sempre di far emergere la sindrome Nimby (not in my back yard), soprattutto se la popolazione non è adeguatamente informata sui benefici che si perseguono. Inoltre, nella fase di stoccaggio sotterraneo bisogna prestare attenzione a evitare rischi per l’ambiente, in particolare per le falde acquifere.

Vulcani artificiali
Fra le tecniche per ridurre il riscaldamento climatico una delle più note è quella di realizzare grandi specchi (di materiali vari, ma grandi centinaia di km quadrati) da posizionare nella stratosfera, in modo che riflettano lontano dalla Terra parte della radiazione solare.

Una delle più accreditate consiste invece nell’immettere nella stratosfera particelle che schermano la luce del sole. In pratica si tratterebbe di realizzare una serie di “vulcani artificiali” per imitare quello che si verifica in modo naturale durante le grandi eruzioni vulcaniche: nel 1991, per esempio, l’eruzione del Pinatubo (Filippine) ha emesso una tale quantità di solfati che hanno ridotto la temperatura media globale di 0,5 gradi per due anni .

In Gran Bretagna è stato recentemente avviato un progetto dimostrativo per la realizzazione (a scala ridotta) di un “vulcano artificiale. Chiamato Stratospheric Particle Injection for Climate Engineering (SPICE), il progetto prevede un enorme pallone aerostatico, grande come un campo di calcio, sospeso a 20 chilometri di altezza e collegato al suolo con un lungo tubo di gomma. Attraverso il tubo verranno pompate nella stratosfera le particelle schermanti: secondo gli esperti sostanze come argilla, sali e ossidi metallici sono ancora più efficaci dei solfati emessi dai vulcani.
Gli scienziati hanno stimato che, usando 10 o 20 “vulcani artificiali” di questo tipo, si potrebbero rilasciare materiali per 10 milioni di tonnellate: una quantità sufficiente a ridurre di 2 gradi la temperatura media globale.

Fonte http://energyviews.enel.it/?p=1206

Perchè si parla di Geoingegneria guardando al futuro?…?…Ma tornando al passato presente e futuro della Geoingegneria…

Piu di dieci anni fa, Paul Crutzen, che nel 1995 vinse il premio Nobel per la chimica con riferimento alla sua ricerca sulla distruzione dell’ozono stratosferico, coniò il termine“antropocene” per descrivere l’attuale stato geologico della Terra.

Una delle estensioni più radicali della sua idea – che l’attività umana influenzi le foreste, gli oceani, le reti idriche e gli ecosistemi del pianeta – è il concetto controverso della geoingegneria, ovvero della manipolazione intenzionale del clima per contrastare il riscaldamento globale. La logica è semplice: se gli uomini influenzano il destino dei sistemi naturali, non si dovrebbero utilizzare le tecnologie disponibili per cercare di preservarli dai rischi del cambiamento climatico, visto che vi sono poche probabilità di riuscire ad abbattere le emissioni al punto da fermare l’attuale tendenza al surriscaldamento?

Negli ultimi anni un certo numero di scienziati – tra cui lo stesso Crutzen nel 2006 – hanno sollecitato l’avvio di ricerche preliminari nel campo della geoingegneria, quali l’utilizzazione di particelle di zolfo per riflettere parte della luce solare nello spazio.

Con la pubblicazione di A Case for Climate Engineering (MIT Press, 2013), David Keith, un fisico ed esperto di politica energetica di Harvard, si è spinto oltre, ribadendo una serie di motivi –anche se colmi di avvertenze – per ricorrere alla geoingegneria e sostenendo che il rilascio di particelle nell’atmosfera per oscurare il Sole «costituisca un intervento fattibile, quanto meno in un senso strettamente tecnocratico».

Keith è fermamente fiducioso sugli aspetti tecnici. A suo avviso, il programma per raffreddare il pianeta tramite aerosol solfati – un’operazione di geoingegneria solare – potrebbe avere inizio dal 2020, utilizzando piccole flotte di aerei in missioni regolari per la dispersione di particelle a elevate altitudini. Siccome la luce solare influisce sulle precipitazioni, questa operazione potrebbe provocare casi di siccità?

No, se la geoingegneria fosse applicata con parsimonia.

Uno studioso australiano di etica, Clive Hamilton, ha definito“agghiacciante” la fiducia tecnocratica nel libro. Keith e Hamilton concordano però sul fatto che la geoingegneria solare potrebbe divenire un fondamentale problema di geopolitica nel ventunesimo secolo, richiamando quello delle armi nucleari nel ventesimo secolo, ma che in questo caso la geopolitica potrebbe risultare ancora più delicata e imprevedibile. Il motivo è che, rispetto all’acquisizione di armamenti nucleari, la tecnologia è relativamente semplice da implementare.

«Quasi ogni paese potrebbe permettersi di alterare il clima della Terra», scrive Keith, e ciò «potrebbe accelerare il cambiamento negli equilibri dell’energia globale, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza che, nel peggiore dei casi, potrebbero portare alla guerra». Le potenziali fonti di conflitto sono innumerevoli.

Chi controllerà il termostato della Terra? E se un paese accusasse un intervento di geoingegneria di avere provocato siccità o uragani?

Nessun trattato potrebbe bandire esplicitamente la geoingegneria, né è chiaro come un trattato del genere potrebbe operare.

Keith resta in dubbio sulla probabilità che gli esseri umani sappiano utilizzare saggiamente una tecnologia tanto potente.

Sostiene però che, con il crescere delle informazioni raccolte dagli scienziati riguardo i rischi della geoingegneria, la possibilità che questa venga adoperata senza scrupoli diminuiscono.

Sebbene il suo libro lasci senza risposta diverse domande su come governare la geoingegneria, un documento normativo che ha pubblicato su “Science” lo scorso anno le affronta in maniera più approfondita, proponendo la creazione di un’autorità governativa per controllare le ricerche e una moratoria sugli interventi di geoingegneria su larga scala, ma anche aggiungendo che non dovrebbero esistere dei trattati per regolare esperimenti in scala ridotta.

Hamilton sostiene che un simile approccio porterebbe i paesi a un conflitto che riguarderebbe inevitabilmente la geoingegneria.

La concessione impregiudicata di piccoli esperimenti potrebbe ostacolare l’urgenza degli sforzi politici mirati all’abbattimento delle emissioni, accrescendo, per contro, la possibilità di una utilizzazione della geoingegneria, poiché il fallimento dei tentativi mirati a contenere le emissioni porterà a un aumento delle temperature.

Hamilton accusa Keith di rifugiarsi in una «ingenua neutralità scientifica», aggiungendo che i ricercatori non possono «astenersi dalle responsabilità connesse all’uso o all’abuso delle loro tecnologie».

Potrebbe anche essere vero, ma a Keith va riconosciuto il merito di avere indirizzato l’attenzione su ipotesi rilevanti, anche quando pericolose. Accettare il concetto di antropocene significa riconoscere che gli uomini hanno il dovere di inventare soluzioni tecnologiche al disastro ambientale che hanno creato. Vi sono stati pochi progressi, però, nello sviluppo di procedure istituzionali per controllare una simile attività su scala globale. Senza dubbio servirebbe una discussione più approfondita su un rischio geopolitico apparentemente improbabile: quello di una guerra provocato dalla ingegneria del clima.

 

MIT TECHNOLOGY REVIEW

EDIZIONE ITALIANA 2/2014

SCENARI

Può l’influenza rischiosa dell’uomo sul destino dell’ambiente condurre a nuove forme di conflitto globale?

Eli Kintisch

emissioni, accrescendo, per contro, la possibilità di una utilizzazione della geoingegneria, poiché il fallimento dei tentativi mirati a contenere le emissioni porterà a un aumento delle temperature.

Eli Kintisch è autore di Hack the Planet: Science’s Best Hope– or Worst Nightmare – for Averting Climate Catastrophe (2010).

 

Dopo aver letto tutto questo vi lascio con le parole del Generale Fabio Mini…

“La guerra ambientale non è più solo un’ipotesi: è già in atto. Ma guai a dirlo: si passa per pazzi. Eppure, «negare l’informazione è già un atto di guerra fondamentale», denuncia il generale Fabio Mini, che conferma tutto: la “bomba climatica” è la nuova arma di distruzione di massa a cui si sta lavorando, in gran segreto, per acquisire vantaggi inimmaginabili su scala planetaria. Alluvioni, terremoti, tsunami, siccità, cataclismi. Uno scenario che, purtroppo, non è più fantascienza. E da parecchi anni. Era il lontano 1946 quando Thomas Leech, scienziato e professore israeliano-neozelandese, lavorò in Australia per conto dell’Università di Auckland con fondi americani e inglesi per provocare piccoli tsunami. Il successo del “Progetto Seal” spaventò Leech spingendolo a fermarsi dopo i primi test. Ma chi ci dice che la manipolazione del clima non sia stata portata avanti? Oggi, con la robotizzazione, per molte “operazioni” bastano poche persone. «Non ci sono vincoli, non ci sono regole, se c’è la possibilità di farlo ‘qualcuno’ lo farà». Non i governi, ma ristrette élite.”

Leggi anche: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17573

NO GEOINGEGNERIA!!!…ADESSO.

 

 

UN DRONE COME “AMICO”…PROSSIMAMENTE

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E “BRAVO” ZUCKERBERG…

“Dal volo dei cieli scuri e pericolosi su terre martoriate da guerre sanguinose al confortevole atterraggio nel giardinetto di una villetta a schiera: è l’evoluzione dei droni, i velivoli senza pilota di origine militare. Il volo è controllato da terra, da un pilota o da un computer che invia al navigatore a bordo del velivolo le istruzioni.

Se l’origine dei droni è tutta militare l’utilizzo in questo campo è ormai consolidato, sono in forte crescita anche le applicazioni civili: dalle operazioni di prevenzione e intervento in emergenza incendi, alla sicurezza al telerilevamento, alla ricerca. Insomma quando bisogna eseguire missioni “noiose” sporche e pericolose e con costi minori rispetto ai velivoli tradizionali, i droni sono il mezzo piu scelto.

Adesso, pero, si avvicina la possibilità del grande salto: Jeff Bezos, patron di Amazon, sta lavorando a una flotta di droni in grado di consegnare i pacchi entro mezz ora dall’ordine direttamente a casa mentre Mark Zuckerberg, proprietario di Fecebook, dopo aver rimesso in contatto i vecchi amici adesso valuta l’acquisto di una società che fabbrica droni ad energia solare per rendere il web accessibile ai due terzi della popolazione mondiale non ancora connessa.

Sulla scia del colosso dell’e-commerce, prolificano le applicazioni “pacifiche” per i droni, nati per sganciare bombe e proiettili sui campi di battaglia ma destinati a diventare protagonisti anche nelle città. L’ultima in ordine di tempo, pensata in california ma anche in veneto, è quella di usarli per consegnare i farmaci, ad esempio a disabili e anziani. L’ idea è venuta a un ventottenne di San Francisco.

Ec’è anche chi, più per gioco che per biseness, con un drone ha inviato nello spazio un cannolo siciliano…”

http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2014/03/04/Drone-mania-per-Zuckerberg-e-Bezos_fb68140d-d1de-4f1e-a512-eb47aa846e41.html

Che dire di Zuckerberg…che fa moda e che quindi si meriterebbe un bel nobel per la COMPLICITA’…

“Report come quello delle Nazioni Unite sono necessari per rendere più reali e tangibili gli effetti dei droni agli occhi dell’opinione pubblica. Ci sono però anche ferite più profonde, quelle che è più difficile calcolare. “Ci dovrebbe essere un modo per parlare dei droni fuori dall’ambito legale,” dice l’autrice. “Capire come è possibile comprendere cosa vuol dire vivere sotto i droni, e cosa significa esattamente essere, come ha detto il presidente, ‘perseguitati’ dalle perdite di vite umane.”

http://www.vice.com/it/read/wounds-of-waziristan-droni-guerra-madiha-tahir

Leggi anche:http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2013/12/test-trapani-birgi-dei-nuovi-droni.html

NO DRONI…

NO GEOINGEGNERIA!!!

 

METALLI PESANTI…(conoscerli per difendersi)

particolato metallico

Firme chimiche, irrorazioni clandestine in attonei nostri cieli

(Fisico canadese Neil Finley)

arcobaleno chimico 2

Metalli pesanti pericolosi nemici della nostra salute

Effetti dei metalli sul nostro organismo

  • Allumino: danni al sistema nervoso centrale, demenza, perdita di memoria, autismo.
  • Antimonio: danni cardiaci, diarrea, vomito, ulcera allo stomaco.
  • Arsenico: cancro linfatico, cancro al fegato, cancro della pelle.
  • Bario: ipertensione, paralisi.
  • Bismuto: dermatite, stomatite ulcerosa, diarrea.
  • Cadmio: diarrea, dolori di stomaco, vomito, fratture ossee, danni immunitari, disordini psicologici, tumore.
  • Cromo: danni ai reni e al fegato, problemi respiratori, cancro polmonare.
  • Rame: irritazioni al naso, bocca ed occhi; cirrosi epatica, danni al cervello e ai reni. Emicranie croniche
  • Gallio: irritazione alla gola, difficoltà respiratorie, dolori alla cassa toracica.
  • Afnio: irritazione agli occhi, alla pelle e alle mucose.
  • Indio: danni al cuore, reni e fegato.
  • Iridio: irritazione agli occhi e al tratto digestivo.
  • Lantanio: cancro polmonare, danni al fegato.
  • Piombo: danni al cervello, disfunzioni alla nascita, danni ai reni, difficoltà di apprendimento, distruzione del sistema nervoso.
  • Manganese : turbe alla coagulazione del sangue, intolleranza al glucosio, disordini allo scheletro.
  • Mercurio: distruzione del sistema nervoso, danni al cervello, danni al DNA.
  • Nickel: embolia polmonare, difficoltà respiratorie, asma e bronchite cronica, reazione allergiche della pelle.
  • Palladio: altamente tossico e cancerogeno, irritante per le mucose.
  • Platino: alterazioni del DNA, cancro, danni all’intestino e reni.
  • Rodio: macchie alla pelle, potenzialmente tossico e sospetto cancerogeno.
  • Rutenio: altamente tossico e cancerogeno, danni alle ossa.
  • Scandio: embolia polmonare, danni al fegato.
  • Stronzio: cancro ai polmoni, nei bambini difficoltà di sviluppo delle ossa.
  • Tantalio: irritazione agli occhi e alla pelle, lesione del tratto respiratorio superiore.
  • Tallio: danni allo stomaco, al sistema nervoso, coma e morte, per chi sopravvive al Tallio rimangono danni al sistema nervoso e paralisi.
  • Stagno: irritazione agli occhi e alla pelle, emicrania, dolori di stomaco, difficoltà ad urinare.
  • Tungsteno: danni alle mucose e alle membrane, irritazione agli occhi.
  • Vanadio: disturbi cardiaci e cardiovascolari, infiammazioni allo stomaco ed intestino.
  • Ittrio : altamente tossico, cancro ai polmoni, embolia polmonare, danni al fegato

Visto su: http://www.viviconsapevole.it/articoli/i-metalli-tossici.php

Diversi studi ormai confermano che i metalli pesanti contribuiscono a originare malattie neurodegenerative. Un forte contributo allo sviluppo di queste malattie arriva senza ombra di dubbio dalla diffusione in atmosfera di nanoparticelle disperse tramite operazioni di Geoingegneria.

(operazioni volte a danneggiare l’ambiente , avvelenare acqua,suolo e aria)

Su una nota rivista medica http://www.journals.elsevier.com/medical-hypotheses/ è stato pubblicato un articolo che mette in correlazione la presenza nell’organismo di metalli pesanti, con una sindrome molto diffusa nella nostra società (sindrome da affaticamento cronico).

Uno studio internazionale, capitanato da ricercatori della Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze ha ipotizzato, appunto, questa relazione. Il metallo responsabile, indicato nello studio, sembra essere il cadmio. Non solo. Hanno anche messo a punto una tecnica per diagnosticare i danni da cadmio sulla corteccia cerebrale mediante ecografia: servirà sia a fare diagnosi tempestiva che a seguire le risposte alla terapia. Questa sindrome, dai contorni un po’ sfocati, porta ad uno stato di malessere generale, con cefalea, dolori muscolari, difficoltà di concentrazione. Per questo tipo di malattie neurodegenerative, la diagnosi è difficoltosa e anche la terapia, purtroppo, porta a scarsi risultati (a volte solo palliativi). Il cadmio, come altri metalli cancerogeni, è invece molto diffuso nelle nostre società industrializzate; è presente nell’inquinamento quotidiano delle città; proviene dai processi industriali e dall’incenerimento dei rifiuti; dal fumo e, non ultimo dalla geoingegneria clandestina

E’ stato recentemente attivato un progetto per monitorare la presenza nell’atmosfera di mercurio gassoso. Grazie al lavoro di alcuni scienziati dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, è entrata in funzione una stazione di monitoraggio ad alta quota, a 2.550 mt, sulle Dolomiti: precisamente a Col Margherita, tra Trentino-Alto Adige e Veneto. Il progetto prevede l’analisi dei dati di ben 23 Istituti internazionali che collaborano al progetto mondiale chiamato Gmos (Global mercury observation system). Il progetto è finanziato dall’UE e ha lo scopo di orientare i governi dell’UE verso una politica ambientale corretta. Le altre stazioni di rilevamento si trovano in punti chiave del pianeta e, inoltre, su aerei e navi.

Metal_contamination

 

Metalli pesanti come l’arsenico, il cadmio, il piombo, il mercurio e l’uranio sono molto diffusi nell’ambiente. Per questo motivo non è possibile pensare di riuscire ad azzerare l’esposizione e la conseguente contaminazione a questi elementi, però possiamo sicuramente agevolare il procedimento di espulsione dal corpo attraverso un programma di detossificazione naturale.

Il coriandolo è una pianta erbacea molto efficace nell’eliminare le tracce di metalli pesanti presenti nel corpo. Infatti è uno dei rari agenti chelanti naturali del mercurio, ovvero contiene dei principi attivi che legano a se il metallo evitando che lo stesso danneggi il DNA cellulare e favorendone l’espulsione. Molto efficace anche contro gli accumuli di cadmio, alluminio e piombo.
Mele e banane sono tra i frutti più ricchi di pectina, una fibra solubile che favorisce l’espulsione dei metalli pesanti dall’organismo.

 prestiamo particolare attenzione non sottovalutiamo i danni che questi metalli possono recare al nostro organismo, attiviamoci e cerchiamo di difenderci…ne va delle nostre vite e del nostro FUTURO…

NO GEOINGEGNERIA!!!

http://www.dottorsport.info/in-evidenza/2014/03/news/come-difendersi-dalla-contaminazione-da-metalli-pesanti-ricette-detox-13992.html/

http://www.imperialbulldog.com/2014/01/16/metalli-pesanti-rischi-e-controlli/

LOTTA EFFICACE?…STOP GEOINGEGNERIA E (AEROSOL NANOMETRICO)

MACCHINA ROSSA CON SCIE

Chi sta inquinando le nostre vite?

Vittime e decessi da inquinamento dell’aria, ecco cosa dice l’OMS…

“Emerge da uno studio dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità) che sono circa sette milioni le persone che sono decedute nel 2012 a causa dell’inquinamento dell’aria…la stessa OMS descrive tale situazione scioccante e inquietante, visto il forte aumento rispetto alle ultime analisi risalenti al 2008 compiute dall’OMS.

Più di sette milioni i morti attribuibili agli effetti dell’inquinamento dell’aria esterna. Sempre secondo l’OMS l’inquinamento dovuto da fonti urbane e rurali sarebbe la causa di 3,5 milioni di decessi.

La stessa Maria Neira, direttrice del dipartimento di sanità pubblica dell’OMS, spiega come l’inquinamento dell’aria sia il fattore ambientale più importante ad avere effetti sulla salute e che tutto il mondo ne è interessato, che si tratti di paesi poveri o paesi ricchi. Ecco quindi previste da parte dell’OMS le linee direttrici sulla qualità dell’aria e un aggiornamento delle misure della qualità dell’aria, per 1600 città in tutte le regioni del mondo…sempre a detta dell’OMS una “lotta efficace” contro l’inquinamento dell’aria permetterebbe di salvare milioni di vite…”

IlSostenibile.it

A questo punto dovremmo iniziare a chiederci, (anzi sarebbe un dovere farlo)…se tutti questi decessi siano solo ed unicamente dovuti ad un eccesso di smog e inquinamento dell’aria delle zone urbane e rurali??… oppure se la causa di questi decessi si possano attribuire anche alle operazioni di Geoingegneria?…

I programmi di Geoingegneria riguardano la saturazione dell’atmosfera attraverso la dispersione di aerosol nanometrico, cioè di particelle di metallo molto tossiche.

Questo starebbe a significare che attraverso tali operazioni la vita sulla terra sarrebbe in serio pericolo e che in atto vi sia un vero e proprio avvelenamento della vita sul nostro pianeta.

In diverse parti del mondo sono stati eseguiti test di laboratorio su acqua piovana e neve risultati positivi alla presenza di metalli molto tossici.

Sappiamo che questo significa che l’aria che respiriamo è a sua volta piena di particelle di metalli nocivi per il nostro organismo, che attraverso l’inalazione possono dare sfogo a malattie respiratorie oltre che a malattie neurodegenerative.

Siamo quotidianamente minacciati da questi attacchi chimici.
La geoingegneria sembra essere una delle più grandi minacce alla salute dell’uomo e del pianeta…

Per questo credo che l’OMS dovrebbe includere nelle sue “linee direttrici” anche la lotta alla Geoingegneria

…sempre sperando che non faccia finta di non esserne a conoscenza…

(sarebbe un bene che tutti iniziassimo a porci delle serie domande sul vero operato di certe organizzazioni.)

LEGGI I LATI OSCURI DELL’OMS: http://www.ilcambiamento.it/medicina/organizzazione_mondiale_sanita_indipendenza.html

http://www.altroconsumo.it/salute/influenza/news/influenza-a-emergono-le-verita-nascoste

VEDI:https://www.youtube.com/watch?v=mEfJO0-cTis&feature=youtu.be

NO GEOINGEGNERIA!!!

CRIMINE CLIMATICO IN ATTO

Che il clima stia cambiando è ormai sotto gli occhi di tutti. La questione da approfondire è che questo cambiamento sia dovuto non solo ai nostri stili di vita, ma soprattutto sia la conseguenza di numerosi esperimenti di manipolazione climatica per mezzo della Geoingengneria. (GEOINGEGNERIA:consiste nell’applicazione di tecniche artificiali di intervento umano sull’ambiente fisico, dall’atmosfera, […]