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LA GEOINGEGNERIA…OSCURA LA VITA

Digital image La vitamina D viene prodotta per il 90% dall’esposizione solare (colecalciferolo o Vitamina D3…meno sole più malattie…sole

Elioterapia – Terapia con la luce del sole: Benefici Applicazioni

 

 
…il sole influenza la nostra vita quotidiana: regola i ritmi circadiani dell’organismo; scandisce il ciclo sonno-veglia; influenza l’umore in relazione all’intensità della luce…

Tra i più importanti effetti che il sole ha a livello cutaneo, è la trasformazione della vitamina D nella sua forma attiva (D3). L’attivazione della vitamina D nel suo componente attivo sta alla base della cura contro il rachitismo causato appunto dalla carenza di tale vitamina.

La pratica di sfruttare la luce naturale del sole a scopi terapeutici ha origine molto antica: in tutte le culture il sole rappresenta energia, calore e vita. D’altronde, sin dalle sue origini l’uomo ha empiricamente compreso gli effetti dei fattori climatici sulla propria salute.
Gli antichi Greci si avvalevano di questa tecnica naturale per curare le piaghe cutanee ed altre malattie della pelle. L’elioterapia è stata utilizzata in India, Cina ed Egitto come terapia di guarigione per diverse malattie, tra cui la psoriasi. Anche gli antichi Romani utilizzavano l’esposizione del corpo al sole e all’aria per goderne i benefici.
All’inizio del Novecento alcuni scienziati assegnarono alla cute il ruolo di organo multifunzionale e non unicamente di “involucro” protettivo del nostro corpo.

Le interazioni biologiche e fisiologiche che interessano gli effetti prodotti dall’esposizione al sole sono:

  • Metabolismo di calcio e vitamina D
  • Produzione di melatonina
  • Regolazione del ritmo sonno-veglia
  • Mantenimento della temperatura corporea
  • Azione su alcuni meccanismi biologici che influiscono sull’umore

Le patologie che traggono maggiore effetto benefico dalla terapia del sole sono:

Malattie dermatologiche Psoriasi
Vitiligine
Acne
Eczemi
Stimola la produzione di melanina, azione antinfiammatoria
Malattie osteo-articolari Rachitismo
Reumatismo
Osteoporosi
Artrosi
Azione antinfiammatoria, stimolazione della produzione di Vitamina D, assorbimento del calcio e sua fissazione nelle ossa
Malattie respiratorie Asma bronchiale  
Malattie ematologiche e del sistema circolatorio Anemie
Linfatismo (aumento di volume di organi linfatici come risposta a malattia o drenaggio di tossine)
 
Disturbi dell’umore Depressione, Ansia I raggi solari attivano alcuni neurotrasmettitori (come la serotonina) a livello cerebrale, risollevando l’umore (nelle giornate più luminose ci sentiamo felici ed attivi)

La vitamina D viene prodotta per il 90% dall’esposizione solare (colecalciferolo o Vitamina D3) ed è poi attivata a livello epatico, trasformandosi in calcitriolo. Un’altra forma di vitamina D è la D2 o ergo calciferolo di origine vegetale, mentre il rimanente 7-10% della vitamina D proviene dall’alimentazione.

La vitamina D in quest’ultimo periodo è al centro di una miriade di ricerche e, al contrario di quello che si poteva pensare fino a qualche anno fa, sembra essere carente in buona parte della popolazione mondiale. Questa sua carenza sembra essere collegata a molte reazioni biochimiche e a molte patologie. Oltre ad influenzare la densità ossea, pare avere effetti positivi anche sulla composizione corporea, la forza muscolare, l’equilibrio, il tasso di mortalità, il diabete, le malattie autoimmuni, la comparsa del dolore muscolare, ma anche su alcune forme tumorali che pare colpiscano di più chi è carente di vitamina D.

http://naturabionelmondo.com/2012/07/17/vitamina-d-la-vitamina-del-sole/

Osservando ciò che accade quotidiamente nel nostro cielo attraverso le operazioni di geoingegneria clandestina possiamo facilmen te dedurne che “qualcuno” ci stia volontariamente privando di tali benefici che il sole apporterebbe alla nostra salute e a quella di tutte le altre specie e del pianeta stesso…

La guerra climatica in corso ( GEOINGEGNERIA CLANDESTINA) si ricollega perfettamente a quelli che sono i progetti di alcuni scienziati riguardo alla manipolazione climatica attraverso il rilascio di particolato (alluminio, bario…ecc)

Secondo David Keith, docente di fisica applicata a Harvard, reingegnerizzare l’atmosfera terrestre per compensare l’attuale rialzo termico è più fattibile di quanto si creda…

Nel 1992, pubblicò un articolo intitolato A serious look at geoengineering, una delle prime analisi scientificamente rigorose della questione, a cui quasi nessuno prestò attenzione.

Nei dieci anni successivi il campo della geo-ingegnerizzazione rimase più o meno quiescente. Oltre a una manciata di articoli seri, si è avvicinata solo una nutrita frangia di fanatici. La discussione accademica, per non parlare della ricerca, ne è rimasta estranea. In molti avevano la sensazione che parlare di geo-ingegnerizzazione come di una opzione realistica avrebbe distolto dall’urgenza della lotta alle emissioni di gas serra. Poi, nel 2006, Paul Crutzen, uno dei maggiori climatologi al mondo, vincitore nel 1995 del Premio Nobel per la chimica per il suo lavoro sul diradamento dell’ozono atmosferico, firmò un articolo intitolato Albedo enhancement by stratospheric sulfur injections: a contribution to resolve a policy dilemma? (L’incremento di albedo per mezzo di iniezioni di zolfo a quote stratosferiche potrà rispondere ai nostri interrogativi climatici?).

Crutzen riconosceva che la corsia preferenziale per affrontare il surriscaldamento del clima passava per una riduzione delle emissioni di gas serra, concludendo però che riuscire a implementare una sufficiente politica di tagli era solo una “pia illusione”. Non si limitava a dare il suo benestare al concetto di geo-ingegnerizzazione, ma riteneva che gli aerosol a base di solfati costituissero un gruppo di sostanze particolarmente degno di venire preso in esame, anche se è noto il ruolo che queste particelle possono avere nel facilitare la diminuzione dei livelli di ozono.

 Oggi, l’idea di ricorrere alle particelle di zolfo per contrastare il riscaldamento (una strategia chiamata anche Solar Radiation Management (SRM), o gestione della radiazione solare) è oggetto di centinaia di articoli pubblicati sulla stampa scientifica da ricercatori che si servono di modelli computerizzati per prevederne le conseguenze.

Keith, il quale scrive di geo-ingegnerizzazione dall’inizio degli anni Novanta, si è però imposto come uno dei suoi principali fautori per la tenacia con cui sostiene pubblicamente la necessità di ulteriori ricerche relative a questa tecnologia.

Secondo David Keith, docente di fisica applicata a Harvard, reingegnerizzare l’atmosfera terrestre per compensare l’attuale rialzo termico è più fattibile di quanto si creda. Ma si tratta davvero di una buona idea?

I critici della SRM, insieme ad alcuni dei suoi fautori, osservano che la tecnologia soffre di molte limitazioni e che nessuno può dirsi completamente sicuro delle possibili conseguenze. Gli aerosol di solfati riflettono la luce del Sole nella parte alta dell’atmosfera, contribuendo così direttamente a raffreddare il pianeta. Ma i gas serra funzionano in modo molto diverso, intrappolando la radiazione infrarossa proveniente dalla superficie della Terra e quindi riscaldandola. Se è probabile che i solfati riescano a compensare il riscaldamento, non è chiaro se potrebbero contrastare alcuni altri effetti dei gas serra, in particolare quelli sull’andamento delle precipitazioni. Inoltre la SRM non avrebbe conseguenze sul problema dell’acidificazione degli oceani provocata dall’aumento dei volumi di CO2 nell’atmosfera.

 

«Parlare di gestione della radiazione solare mi sembra decisamente

orwelliano», dichiara Raymond Pierrehumbert, geofisico

dell’Università di Chicago. «Serve a dare la sensazione di comprendere

quello che si sta facendo, un modo per rendere più tranquillizzante

un’idea folle. In realtà stiamo parlando di manipolare il nostro

pianeta senza sapere veramente come reagirà». Nel suo discorso in

occasione dell’incontro della American Geophysical Union, dove era

stato chiamato a tenere la prestigiosa Tyndall Lecture, Pierrehumbert

ha esplicitamente detto che l’idea di spruzzare aerosol di solfati

nella stratosfera è «da pazzi furiosi».

Pierrehumbert non riesce neppure a percepire la validità di una

sperimentazione sul campo. «L’intera questione della geo-ingegnerizzazione

è talmente assurda e foriera delle peggiori conseguenze

che tutto mi sembra davvero insensato. Delle tecniche di manipolazione

dell’albedo con solfati conosciamo già abbastanza da sapere

che metteremmo il mondo intero in uno stato precario. Gli esperimenti

sul campo rappresentano una mossa rischiosa sulla strada

verso l’implementazione su larga scala e personalmente nutro

parecchi dubbi su quanto potremmo effettivamente imparare».

Il problema fondamentale della manipolazione dell’albedo, prosegue

Pierrehumbert, è che, una volta partiti, saremo costretti a continuare

all’infinito. Considerando che servirebbe solo a compensare

il riscaldamento, arrestando l’intervento, i cambiamenti di temperatura

causati dal gas serra potrebbero manifestarsi in modo imprevisto

e drammatico. Non avrebbe senso neppure ricorrere a questa

tecnica come temporaneo cerotto, perché «se si arriva al punto in cui

si pensa di doverla utilizzare, non si potrà più farne a meno».

 Inoltre, aggiunge ancora Pierrehumbert, i nostri modelli climatici

«sono così lontani dall’essere sufficientemente avanzati dal

rendere del tutto improbabile l’idea di reingegnerizzare il pianeta

». Nello specifico, i modelli computerizzati non sono in grado di

prevedere con accuratezza l’andamento locale delle precipitazioni.

Tra l’altro, non è possibile servirsi dei modelli esistenti per sapere

come una eventuale manipolazione possa impattare sui monsoni

in India o sulle piogge in aree soggette a siccità come in Africa.

Nel frattempo Alan Robock ha stilato un lungo elenco di

domande sulla SRM, la prima delle quali è se si può veramente fare.

Robock, esperto dell’impatto dell’attività vulcanica sul clima e

docente di scienze ambientali presso la Rutgers University, avverte

che pur avendo certificato l’effetto raffreddante degli aerosol di solfati,

l’eruzione del Pinatubo ha riversato massicci quantitativi di

biossido di zolfo nella stratosfera nel giro di pochi giorni. La geoingegnerizzazione

solare comporterebbe molto meno zolfo, ma lo

disperderebbe con continuità nell’arco di un periodo di tempo molto

esteso. Potrebbe trattarsi di una differenza fondamentale. Il modo

migliore per realizzare una strategia di SRM richiederebbe particelle

del diametro di mezzo micrometro. La luce del Sole viene riflessa

dalla superficie delle particelle e tante particelle più piccole esporrebbero

una maggiore area superficiale rispetto a quelle più grandi,

aumentando la efficacia nel bloccare la luce. Il timore di Robock è

che, continuando a immettere zolfo nell’atmosfera, le sue concentrazioni

aumenterebbero e le particelle più piccole andrebbero a formarne

di più grandi, determinando un fabbisogno di zolfo superiore

a quello previsto da alcuni modelli.

Queste nozioni di chimica degli aerosol potrebbero aiutarci a

decidere se l’ipotesi dell’SRM sia effettivamente percorribile.

«David Keith ritiene che sarà una procedura semplice e poco

costosa, ma io non sono d’accordo», ribatte Robock. Le sue stime

dicono, infatti, che ogni anno sarebbe necessario immettere nell’atmosfera

diversi milioni di tonnellate di zolfo per compensare

un aumento pari al doppio dei livelli di diossido di carbonio. Ma

se alla fine le particelle andassero a formare grumi più grossi,

«potrebbero volercene parecchie in più».

Le ricerche finora effettuate indicano che una nuvola artificiale

nella stratosfera «andrebbe a impattare sul clima raffreddandolo

». «Ma ci ritroveremmo con un pianeta molto diverso e altri

parametri potrebbero invece peggiorare». Per esempio, dopo l’eruzione

del Pinatubo in alcune regioni del mondo le precipitazioni

diminuirono in modo significativo.

I climatologi tuttavia hanno pareri molto diversi sui modi di

interpretare le ricerche sui fattori di rischio. Tra questi Phil Rasch,

direttore delle ricerche climatiche presso il Pacific Northwest

Laboratory di Richland, Washington, dichiara con una certa cautela

che i modelli disponibili non precluderebbero di prendere in

considerazione alcune strategie della SRM.

Rasch, che nel 2008 ha pubblicato insieme a Crutzen un articolo

sull’impiego di aerosol di solfati per la geo-ingegnerizzazione,

afferma che queste particelle provocherebbero un certo assottigliamento

dello strato di ozono, ma che questo effetto verrebbe in parte

attenuato dalla capacità che le stesse particelle di solfato hanno di

bloccare la radiazione ultravioletta. Per quanto riguarda le piogge, i

modelli tendono a convergere su una visione della SRM, implementando

la quale, almeno per quanto concerne le precipitazioni, «il

futuro del mondo sarà più o meno simile a quello che avremmo

senza geo-ingegnerizzazione». Tutto sommato, aggiunge Rasch, la

SRM potrebbe tenere a bada alcuni degli effetti del cambiamento

climatico, anche se «certe zone del pianeta sono colpite più di altre

e molte questioni rimangono inesplorate».

Una moratoria come condizione di possibilità

L’incertezza sul piano scientifico e la prospettiva di avere dei vincenti

o dei perdenti su scala regionale rende praticamente impossibile

immaginare come si potrebbe implementare e controllare una strategia

di SRM. Come si dovrebbe predisporre il sistema internazionale

di controllo? Chi deciderà come e quanto implementare la tec

nologia? Chi dovrà impostare il termostato e su quali valori di temperatura?

Le questioni relative a chi dovrà decidere in materia di

geo-ingegnerizzazione solare appaiono ancora più insormontabili

dei problemi scientifici.

Anche se occorreranno anni prima che il mondo si decida ad

adottare un sistema di controllo internazionale in materia, Keith e

diversi dei suoi collaboratori, compreso Edward Parson, docente di

diritto dell’Università della California a Los Angeles, stanno già

meditando in proposito. Secondo Parson la ricerca è fondamentale

per raggiungere una migliore comprensione di ciò che la geo-ingegnerizzazione

solare può fare e quali sono i rischi. Altrimenti, «non

potremmo neppure sapere che cosa dobbiamo controllare».

La controversia sugli eventuali esperimenti sul campo, come

quelli che Keith e Anderson starebbero progettando, emerge come

primissimo terreno di scontro sul piano politico e sociale. Keith è

molto trasparente nell’affermare che il lavoro non andrà avanti qualora

non potesse contare su stanziamenti pubblici e sulla approvazione

da parte delle principali istituzioni scientifiche. Il gruppo

tende anzi a considerare questi primi esperimenti come un mezzo

per verificare non solo la tecnologia, ma anche una possibile modalità

di controllo istituzionale. La speranza è che il processo di approvazione

e di finanziamento offra l’opportunità di stabilire delle regole

che contribuiscano a indirizzare il dibattito sui comportamenti di

riferimento come la trasparenza, la pubblica discussione e la successiva

divulgazione dei risultati.

Nessuno pensa che gli esperimenti sul campo basati sull’uso di

piccoli quantitativi di zolfo possano risultare fisicamente pericolosi,

aggiunge Parson: «La gente si preoccupa piuttosto delle conseguenze

politiche e sociali di una ricerca che dovesse risultare prolungata

nel tempo, seguita da esperimenti sempre più estesi, fino a ritrovarsi

sullo scivoloso declivio che porta al dispiegamento su vasta scala».

Il giurista ritiene che gli enti oggi preposti al finanziamento della

ricerca scientifica potrebbero accollarsi la gestione del processo,

anche se suggerisce di delimitare rigidamente i primi esperimenti,

chiedendo agli scienziati d’impegnarsi formalmente a non svolgere

attività estese, firmando una sorta di moratoria sull’impiego della

geo-ingegneria solare. Secondo Keith, ciò dovrebbe bastare a placare

preoccupazioni «non del tutto infondate», visto che non esistono

leggi o regolamenti internazionali che possano impedire di implementare

un piano di geo-ingegnerizzazione.

A tratti Keith mostra una certa insofferenza nei confronti di chi

mette in discussione la SRM. Gli bastano tuttavia pochi istanti per

calmarsi e controbattere le critiche con risposte messe a punto in

anni di analisi sulla geo-ingegnerizzazione. Traccia un grafico per

spiegare che le immissioni di zolfo nell’atmosfera potrebbero ragionevolmente

arrestarsi non più di cento anni dopo l’inizio delle operazioni;

anche se il cambiamento climatico a quel punto ripartirebbe,

il suo ritmo sarebbe probabilmente più lento e controllato.

Molti degli stessi fautori della SRM ammettono che una tecnologia

del genere rappresenterebbe una ultima ratio per un mondo

costretto ad affrontare cambiamenti climatici così distruttivi da giustificare

ogni rischio. Keith ha però una visione assai meno apocalittica:

«Se davvero abbiamo scoperto come ridurre in modo significativo

il rischio di cambiamento climatico nell’arco dei prossimi cento

anni, salvando moltissime vite, non c’è motivo di esserne turbati, ma

se mai dovremmo festeggiare». Anzi, definire la geo-ingegnerizzazione

come l’ultima spiaggia dell’emergenza climatica «somiglia a

un artifizio retorico».

L’approccio suggerito da Keith è tanto cauto quanto radicale: «A

mio parere dovremmo cominciare le ricerche vere e proprie e se ne

risultasse che la SMR è in grado di ridurre significativamente il

rischio climatico senza indurre a sua volta troppi rischi, allora

dovremmo dare il via alle operazioni, ma con una curva di crescita

molto graduale». Keith ritiene che già entro il 2020 (o più realisticamente

il 2030) dovremmo essere in grado di implementare una

strategia di questo tipo, con livelli di zolfo nella stratosfera prossimi

per i primi dieci anni ai valori normali. La procedura verrebbe sottoposta

a periodiche valutazioni, per cui «le possibilità che si verifichi

qualche grosso problema sarebbero molto vicine a zero».

Spesso si immagina che la SRM verrebbe «accesa di colpo», conclude

Keith, «ma niente ci impedisce di accelerare gradualmente».

Proprio la capacità di partire a bassa velocità, con minime percentuali

di rischio, è alla base della sua disponibilità a prendere sul serio

la geo-ingegnerizzazione: «Se si trattasse di una decisione irreversibile,

sarei assai più scettico. Non sarebbe per niente facile convincermi

che ne vale la pena, ma di fronte alla eventualità di un approccio

più prudente, devo ammettere di essere fortemente orientato a

metterla in pratica».

Ascoltando le parole di Keith, le sue argomentazioni e la descrizione

degli aspetti implementativi della SRM, sembrerebbe possibile

cominciare a credere che una modifica intenzionale del clima non

sarebbe poi un’azione tanto estrema. Eppure lo è. Il pianeta cambierebbe,

persino il colore del cielo sarebbe più “slavato”. D’altro canto,

l’accumulo di gas serra sta già modificando l’atmosfera e il clima in una

misura incontrollata e senza paragoni con il passato. Quanto sarebbe

lungo il salto verso modifiche ingegnerizzate? Keith ha senza dubbio

ragione nel sostenere che gli scienziati del clima farebbero bene a studiare

la geo-ingegnerizzazione per capire in che misura possa essere

davvero efficace e sicura, invitando i politologi a studiare un modo per

implementare un progetto planetario che non ha precedenti nella storia.

A quel punto, ai governi e all’intera società non resterebbe che

affrontare il difficilissimo compito di decidere se realizzarlo.

 

David Rotman di MIT Technology Review.

 

NO GEOINGEGNERIA!!!

 

 

 

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