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RISCHIO ESTINZIONE…TRA LE CAUSE GEOINGEGNERIA E INGEGNERIA GENETICA

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“Il fenomeno naturale dell’estinzione di una specie è un fenomeno biologico molto lento in un ecosistema equilibrato viene compensato dalla comparsa di specie nuove; si tratta quindi di un fenomeno che non impoverisce la varietà degli organismi viventi.”  

Wikipedia

 

Come abbiamo appena letto, questo è quanto accadrebbe in un ecosistema equilibrato,  ma oggi giorno non possiamo più definire tutto questo come un  fenomeno naturale ma dobbiamo cercarne le cause tra le attività dell’uomo che però vadano oltre l’industrializzazione…A questo punto mi chiedo come si possano continuare a sottovalutare tutte queste morti di uccelli, di pesci, di piante  ormai di portata globale…e perchè i media lo stanno facendo…

Oltre all’inquinamento ambientale degli ultimi 150 anni che come si legge anche su Wikipedia viene attribuito anche all’industrializzazione, credo che sia opportuno cercare le cause nelle mutazioni mortali dovute agli OGM e alla operazioni in atto di Geoingegneria.

E’ di oggi questa notizia, siamo davvero arrivati al punto di dover scegliere, si cercano “soluzioni” possibili  ma non vengono mai seriamente discusse  le reali cause che ci stanno portando a questo…

“Uno studio americano: impossibile proteggere 10mila specie, diamo precedenza agli esemplari col patrimonio genetico unico

 ANCHE quando c’è da proteggere la natura, bisogna compiere delle scelte. E di fronte a quasi diecimila specie di uccelli si deve riconoscere che alcune meritano di essere protette con grande impegno, altre un po’ meno…

…ALTRE UN PO’ MENO… RESTO SENZA PAROLE…

continua…http://www.repubblica.it/ambiente/2014/04/14/news/troppi_gli_uccelli_a_rischio_estinzione_salviamo_quelli_dal_dna_pi_ricco-83535844/

 

Un effetto collaterale e letale  per gli animali marini uccelli e piante è la fertilizzazione degli oceani…già in atto.

https://marinelliluisa.wordpress.com/2014/04/03/metalli-pesanti-negli-oceani/

In seguito a questa procedura si sviluppa una neurotossina in grado di uccidere uccelli e animali marini. La stessa neurotossina alla base del misterioso episodio che si dice abbia ispirato il famoso film thriller Gli Uccelli di Hitchcock.

Esistono negli Stati Uniti società che si occupano di geoingegneria con l’obiettivo, naturalmente, di guadagnarci. La più famosa è la Climos, e la fertilizzazione degli oceani è il suo cavallo di battaglia.

La fertilizzazione degli oceani consiste nello spargere grandi quantità di ferro in mare, come se fosse “concime” per far crescere e moltiplicare velocemente il fitoplancton, cioè microscopiche alghe vegetali.

Come tutti i vegetali, le alghe in questione assorbono l’anidride carbonica, il principale gas dell’effetto serra. Se dopo averla assorbita le alghe morissero portandola con sè sul fondo degli oceani, ce ne sarebbe un po’ meno in circolazione.

Le cose però nell’esperimento non sono andate esattamente in questo modo. Anzi. Ora in aggiunta ricercatori hanno scoperto che questa procedura comporta anche la rapida proliferazione di aghe del genere Pseudonitzschia che producono acido domoico, una neurotossina.

Ogni tanto l’acido domoico si trova in concentrazioni elevate nei mari per cause naturali. In questo caso le tossine si accumulano nella catena alimentare e si verificano morie di animali come uccelli e leoni marini.
http://www.iljournal.it/

“Un ulteriore problema per la conservazione della biodiversità è rappresentato dall’introduzione nell’ambiente di organismi geneticamente modificati. Un organismo geneticamente modificato (OGM) o transgenico è un organismo nel cui corredo cromosomico è stato introdotto, tramite le tecniche dell’ingegneria genetica, un gene estraneo prelevato da un organismo donatore appartenente a diversa specie vivente, anche molto distante dal punto di vista della classificazione tassonomica dalla specie “ospite”. Per tale via si conferisce all’organismo la caratteristica desiderata, come ad esempio nel caso dei vegetali, la resistenza agli erbicidi o a determinati insetti nocivi.

Questa tecnica viene applicata correntemente per molte specie coltivate (quali soia, mais, patate, tabacco, cotone) e per alcune specie forestali (pioppi ed eucalipti). I primi vegetali transgenici sono stati immessi sul mercato americano intorno alla metà degli anni ’90 e nel 1996 hanno fatto il loro ingresso anche sul mercato europeo. Mentre nel 1996 l’area globale occupata da colture transgeniche era soli 1,7 milioni di ettari, nel 2000 era già di 39,9 milioni di ettari. Il 71% di quest’area era occupata da colture resistenti agli erbicidi (una caratteristica che permette di ridurre i costi della manodopera in quanto gli erbicidi vengono spruzzati su larga scala), il 22% da piante che producono un insetticida naturale (una caratteristica che evita di dovere spruzzare insetticidi chimici) e il rimanente 7% da varietà di cotone e grano che hanno ambedue le proprietà.

C’è un acceso dibattito politico e scientifico relativo ai rischi e ai benefici, sia sanitari sia ambientali, legati alla diffusione degli OGM. In particolare, oltre agli effetti temuti sulla salute umana (quali gli aumenti di allergie), si teme che l’ambiente possa risentirne notevolmente in termini di inquinamento genetico di specie naturali, di trasmissione ad erbe infestanti della resistenza agli erbicidi, di evoluzione di parassiti più resistenti, di permanenza di tossine nel terreno, di aumento dell’uso di erbicidi, di scomparsa di alcune specie di insetti e, quindi, di riduzione della biodiversità. Il rischio è, quindi, legato al fatto che vengano prodotti e liberati nell’ambiente organismi viventi “nuovi”, che in natura non avrebbero mai potuto evolversi (si pensi alle piante modificate con geni provenienti da vegetali di specie diverse, o addirittura da animali) e che perciò l’ambiente non è preparato ad accogliere. Per i sostenitori degli OGM, invece, i benefici derivanti dall’uso di alimenti transgenici consisterebbero nella riduzione dell’uso di pesticidi chimici, nell’aumento della produttività dei raccolti, nel più facile controllo delle erbe infestanti e, quindi, in un significativo miglioramento ambientale. Inoltre, gli OGM potrebbero venire impiegati per migliorare la salute umana attraverso l’aumento del contenuto di vitamine e minerali nell’alimentazione di base, l’eliminazione dei più comuni allergeni, lo sviluppo di proteine di alta qualità e l’inserimento di vaccini negli alimenti. Fino ad ora non esistono evidenze scientifiche che mostrano chiaramente gli effetti a lungo termine dell’uso degli OGM, ma, d’altra parte, questi effetti potrebbero essere visibili solo tra qualche anno quando potrebbe essere troppo tardi per porvi rimedio.
Il valore della biodiversità e le conseguenze della sua perdita…

Le profonde alterazioni della diversità del pianeta provocate, sia a livello locale che globale, dallo sviluppo umano hanno importanti conseguenze sull’ecosistema e sulla società. Pensare che l’abbondanza di biodiversità riguardi solo il biologo appassionato di specie rare, o il ricercatore, è un grave errore. Garantire un’elevata biodiversità è problema che interessa la qualità della vita e la sopravvivenza di ciascuno di noi. La biodiversità ha, innanzitutto, un valore diretto costituito dai beni che fornisce alla società e che vengono costantemente sfruttati tramite l’agricoltura, la pesca, la caccia e la raccolta del legname. L’alterazione della funzionalità degli ecosistemi ha quindi un impatto economico: variazioni della diversità biologica possono direttamente ridurre le risorse di cibo, di acqua, di carburante, di materiali da costruzione, e anche di risorse genetiche o di medicinali. Le piante, ad esempio, costituiscono un bene particolarmente prezioso per la salute umana, poiché producono un’infinità di molecole che trovano largo impiego in farmacologia. Per rendersi conto di questa importanza si pensi che 21�000 sono le specie di piante incluse nella lista della Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization – WHO) come piante che hanno un uso medico e che negli Stati Uniti quasi l’80% delle principali prescrizioni mediche traggono origine da organismi viventi (di queste 74% da piante, 18% da funghi, 5% da batteri, 3% da vertebrati). Quanta ricchezza farmacologica sia contenuta nelle piante ce lo suggeriscono anche le medicine tradizionali con cui si curano circa 3 miliardi di persone ossia l’80% della popolazione dei paesi in via di sviluppo. Esse fanno ampio uso delle proprietà curative di molti vegetali: la raffinata medicina popolare cinese, ad esempio, utilizza 6�000 delle 30�000 piante note in quel solo paese.

È chiaro che la perdita di biodiversità pregiudica l’opportunità futura di conoscere e derivare nuovi benefici per la salute umana dalle specie estinte e che, quindi, la conservazione di un’elevata biodiversità può risultare determinante per la cura di malattie ora incurabili. Ad esempio, in una pianta del Madagascar, paese caratterizzato da un’elevatissima biodiversità e dalla presenza di specie uniche al mondo, sono state scoperte le molecole di vinblastina e vincristina che hanno consentito, a partire dal 1971, di elevare notevolmente l’efficacia della chemioterapia contro una forma di leucemia infantile portando così la sopravvivenza oltre i cinque anni d’età dal 10 al 90%. Purtroppo la fauna e la flora del Madagascar sono ormai soggette a sistematica distruzione.

Le piante costituiscono una fonte di cura delle malattie umane da millenni e molte delle medicine moderne sono state scoperte esaminando l’uso di queste piante nelle medicine tradizionali. L’aspirina, la medicina più venduta al mondo, ne è un esempio. La corteccia di salice Salix alba, albero che cresce nelle aree umide e lungo i fiumi in Europa, è stata usata per secoli dagli europei per curare infiammazioni, dolori e febbre. Nel XVIII secolo questa informazione fu documentata formalmente dalla Royal Chemical Society e alla fine del XIX secolo una casa farmaceutica tedesca (la Bayer) riuscì a sintetizzare il componente chimico contenuto nella corteccia del salice e a produrre e commercializzare l’attuale aspirina. Anche l’uso del chinino, uno tra i farmaci più utilizzati per la lotta contro la malaria, era conosciuto da secoli in Sud America dai guaritori tradizionali. Esso deriva dalle piante Cinchona calisaya e C. officinalis che, portate in Spagna nel corso del 1500, sono state studiate approfonditamente per individuarne il componente attivo con proprietà antimalariche.

Ma la biodiversità ha anche, e soprattutto, un altissimo valore indiretto costituito dai servizi garantiti dalla funzionalità degli ecosistemi. Le popolazioni naturali infatti, interagendo tra loro, formano ecosistemi che costituiscono il principale meccanismo di riciclo di aria, acqua e nutrienti indispensabili per la vita sulla terra. La biodiversità ci fornisce quindi una serie di servizi che assicurano che l’aria sia pulita e che l’acqua sia potabile. Le foreste e gli oceani, ad esempio, assorbono i sottoprodotti delle attività agricole e industriali rallentando l’accumulo nell’atmosfera di biossido di carbonio e di altri gas responsabili dell’effetto serra e del cambiamento globale del clima sulla terra. Fino a non molto tempo fa la presenza di questi ambienti naturali ha garantito una relativa stabilità del clima nel tempo permettendo l’evolversi della vita umana. Nel futuro però la continua distruzione di foreste e l’inquinamento delle acque e dell’aria potrà compromettere questa capacità di ‘stabilizzazione’ del clima.

Una maggiore biodiversità garantisce inoltre una minor probabilità di estinzione per ciascuna specie in caso di episodi critici. Gli ambienti caratterizzati da maggior eterogeneità genetica risultano infatti meno vulnerabili a epidemie e ad eventi estremi quali siccità, gelate ed alluvioni. Gli effetti della variazione della biodiversità risultano poi aggravati dal fatto che ogni specie, all’interno dell’ecosistema in cui vive, interagisce con le altre specie tramite relazioni di competizione, predazione, parassitismo. L’estinzione di una specie può, quindi, indirettamente alterare l’abbondanza di altre specie causando un ulteriore cambiamento nella composizione della comunità ecologica cui appartiene e aumentando la sua vulnerabilità a episodi critici. Non bisogna infine dimenticare che la biodiversità ha un importante valore ricreativo (si pensi alla crescente importanza dell’ecoturismo), culturale, intellettuale, estetico e spirituale, nonché un valore etico o esistenziale indipendentemente dal suo utilizzo.

Le conseguenze della perdita di biodiversità riguardano, quindi, non solo la qualità della vita ma la possibilità della vita stessa sulla terra. Sebbene alcuni meccanismi siano stati abbondantemente studiati e messi chiaramente in relazione con le attività umane, tuttavia molti altri necessitano ancora di essere compresi. L’aspetto più allarmante della perdita di biodiversità è rappresentato proprio dall’ignoranza sulle conseguenze ultime delle nostre azioni di danneggiamento degli ecosistemi e sulla loro reversibilità.

http://olmo.elet.polimi.it/ecologia/dispensa/node69.html

Staimo rischiando di perdere sempre più biodiversità nel nostro pianeta,  ogni organismo ha una sua funzione fondamentale nell’ecosistema…l’uomo da solo non può esistere…

NO GEOINGEGNERIA!!!

 

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