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GEOINGEGNERIA PASSATO PRESENTE E FUTURO…

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Leggiamo insieme cosa dice L’ENEL riguardo alla Geoingegneria…e perchè la considera come una “opzione di riserva” contro i cambiamenti climatici…??

“ma siamo davvero sicuri che sia solo una opzione di riserva??…abbiamo già visto come esistano prove inoppugnabili che tali esperimenti di geoingegneria siano già in atto da oltre sessant’anni…https://marinelliluisa.wordpress.com/2014/03/26/crimine-climatico-in-atto-2/

Comunque  leggiamo…

 

Per limitare le emissioni di gas serra, e quindi arginare i cambiamenti climatici, sono state intraprese varie iniziative a livello internazionale e di singoli Paesi: l’esempio più noto è il Protocollo di Kyoto. Gli effettivi risultati, però, ancora sono in forte dubbio: da un lato applicare le misure stabilite si sta dimostrando molto più laborioso del previsto; dall’altro, se anche tutti i Paesi mantenessero gli impegni, non è detto che la riduzione delle emissioni sarebbe sufficiente a invertire la tendenza al riscaldamento globale.
In previsione dell’eventualità che gli impegni attualmente in corso dovessero rivelarsi insufficienti, molti scienziati in tutto il mondo stanno pensando a un’opzione di riserva. Una sorta di “piano B” costituito dalle tecniche di geoingegneria. Che, in pratica, prevedono una deliberata manipolazione dell’ambiente su vasta scala, mirata a compensare le alterazioni climatiche dovute dagli effetti di altre attività umane.

Trattandosi di interventi sull’ecosistema terrestre che non sono mai state sperimentate, gli scienziati concordano che è necessario adottare le massime cautele e analizzare accuratamente tutte le possibili conseguenze. Sono quindi in corso numerose ricerche per valutare l’efficacia delle tecniche di geoingegneria proposte e i loro possibili impatti ambientali.

Le tecniche di geoingegneria
Le strategie più studiate rientrano in due grandi categorie:

1. quelle che puntano a sottrarre anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera. Sono in generale le meno rischiose dal punto di vista delle possibili conseguenze, ma anche gli effetti positivi richiedono tempi lunghi. Secondo l’International Energy Agency (IEA) potranno contribuire fino al 19% alla riduzione delle emissioni globali di CO2

2. quelle che puntano a ridurre la quantità o l’intensità della radiazione solare in arrivo verso la Terra. Sono le tecnologie più “invasive”, ma anche le più promettenti per gli effetti in tempi brevi.

All’interno della prima categoria, le tecnologie attualmente più studiate sono quelle legate alla cattura e stoccaggio della CO2 (CCS, dall’inglese Carbon Capture and Storage), che prevedono di depositare per sempre rilevanti quantità di CO2 in profondità nel sottosuolo.
Ma sono allo studio anche idee più rivoluzionarie, come, per esempio, fertilizzare gli oceani con particelle di ferro o altre sostanze, in modo da favorire la crescita del plancton, che a sua volta assorbe CO2 dall’atmosfera e poi la rilascia in mare.

Nella seconda categoria rientrano progetti di vario tipo: per esempio immettere particolari sostanze nella stratosfera per schermare i raggi solari, oppure mandare in orbita specchi per riflettere verso lo spazio parte della radiazione solare.
La Royal Society Britannica, nello studio “Geoengineering the climate: science, governance and uncertainty” pubblicato nel settembre 2009, ha effettuato una valutazione di tutte le tecniche variamente proposte, raccomandando di privilegiare quelle meno invasive.

L’opzione CCS
La tecnologia della CCS consiste di due fasi: nella prima si “cattura” la CO2 prodotta da impianti industriali di vario tipo (per esempio le centrali termoelettriche) prima che entri nell’atmosfera. La CO2 così catturata viene quindi immessa in particolari formazioni geologiche sotterranee a profondità superiori agli 800 metri. Questo secondo processo, chiamato sequestro geologico, è pensato per conservare l’anidride carbonica per un tempo indefinito, senza che rientri mai nell’atmosfera.

La tecnologia è ancora in fase sperimentale e ancora non esistono impianti industriali in attività a regime. I progetti però sono in rapido sviluppo in tutto il mondo: il rapporto “The Global Status of CCS: 2010”, realizzato dal Global CCS Institute, alla fine del 2010 ne ha censiti 234, contando sia quelli già avviati sia quelli programmati. Fra questi, due esempi importanti vengono dall’Italia: l’impianto pilota di cattura della CO2 realizzato da Enel Brindisi e quello dimostrativo, quindi su scala commerciale, in progetto da parte della stessa Enel a Porto Tolle (Rovigo).

Sullo sviluppo dell’opzione CCS, oltre ad alcuni aspetti tecnici in fase di soluzione, pesa l’incognita dell’aspetto economico. Importanti progetti sono in corso soprattutto in Europa e Stati Uniti, con l’obiettivo di rendere la tecnologia industrialmente disponibile a prezzi competitivi entro il 2020 o poco oltre. L’Unione Europea considera la CCS una tecnologia strategica per la lotta ai cambiamenti climatici.

Oltre al problema dei costi c’è quello dell’impatto ambientale: le strutture di grandi dimensioni rischiano sempre di far emergere la sindrome Nimby (not in my back yard), soprattutto se la popolazione non è adeguatamente informata sui benefici che si perseguono. Inoltre, nella fase di stoccaggio sotterraneo bisogna prestare attenzione a evitare rischi per l’ambiente, in particolare per le falde acquifere.

Vulcani artificiali
Fra le tecniche per ridurre il riscaldamento climatico una delle più note è quella di realizzare grandi specchi (di materiali vari, ma grandi centinaia di km quadrati) da posizionare nella stratosfera, in modo che riflettano lontano dalla Terra parte della radiazione solare.

Una delle più accreditate consiste invece nell’immettere nella stratosfera particelle che schermano la luce del sole. In pratica si tratterebbe di realizzare una serie di “vulcani artificiali” per imitare quello che si verifica in modo naturale durante le grandi eruzioni vulcaniche: nel 1991, per esempio, l’eruzione del Pinatubo (Filippine) ha emesso una tale quantità di solfati che hanno ridotto la temperatura media globale di 0,5 gradi per due anni .

In Gran Bretagna è stato recentemente avviato un progetto dimostrativo per la realizzazione (a scala ridotta) di un “vulcano artificiale. Chiamato Stratospheric Particle Injection for Climate Engineering (SPICE), il progetto prevede un enorme pallone aerostatico, grande come un campo di calcio, sospeso a 20 chilometri di altezza e collegato al suolo con un lungo tubo di gomma. Attraverso il tubo verranno pompate nella stratosfera le particelle schermanti: secondo gli esperti sostanze come argilla, sali e ossidi metallici sono ancora più efficaci dei solfati emessi dai vulcani.
Gli scienziati hanno stimato che, usando 10 o 20 “vulcani artificiali” di questo tipo, si potrebbero rilasciare materiali per 10 milioni di tonnellate: una quantità sufficiente a ridurre di 2 gradi la temperatura media globale.

Fonte http://energyviews.enel.it/?p=1206

Perchè si parla di Geoingegneria guardando al futuro?…?…Ma tornando al passato presente e futuro della Geoingegneria…

Piu di dieci anni fa, Paul Crutzen, che nel 1995 vinse il premio Nobel per la chimica con riferimento alla sua ricerca sulla distruzione dell’ozono stratosferico, coniò il termine“antropocene” per descrivere l’attuale stato geologico della Terra.

Una delle estensioni più radicali della sua idea – che l’attività umana influenzi le foreste, gli oceani, le reti idriche e gli ecosistemi del pianeta – è il concetto controverso della geoingegneria, ovvero della manipolazione intenzionale del clima per contrastare il riscaldamento globale. La logica è semplice: se gli uomini influenzano il destino dei sistemi naturali, non si dovrebbero utilizzare le tecnologie disponibili per cercare di preservarli dai rischi del cambiamento climatico, visto che vi sono poche probabilità di riuscire ad abbattere le emissioni al punto da fermare l’attuale tendenza al surriscaldamento?

Negli ultimi anni un certo numero di scienziati – tra cui lo stesso Crutzen nel 2006 – hanno sollecitato l’avvio di ricerche preliminari nel campo della geoingegneria, quali l’utilizzazione di particelle di zolfo per riflettere parte della luce solare nello spazio.

Con la pubblicazione di A Case for Climate Engineering (MIT Press, 2013), David Keith, un fisico ed esperto di politica energetica di Harvard, si è spinto oltre, ribadendo una serie di motivi –anche se colmi di avvertenze – per ricorrere alla geoingegneria e sostenendo che il rilascio di particelle nell’atmosfera per oscurare il Sole «costituisca un intervento fattibile, quanto meno in un senso strettamente tecnocratico».

Keith è fermamente fiducioso sugli aspetti tecnici. A suo avviso, il programma per raffreddare il pianeta tramite aerosol solfati – un’operazione di geoingegneria solare – potrebbe avere inizio dal 2020, utilizzando piccole flotte di aerei in missioni regolari per la dispersione di particelle a elevate altitudini. Siccome la luce solare influisce sulle precipitazioni, questa operazione potrebbe provocare casi di siccità?

No, se la geoingegneria fosse applicata con parsimonia.

Uno studioso australiano di etica, Clive Hamilton, ha definito“agghiacciante” la fiducia tecnocratica nel libro. Keith e Hamilton concordano però sul fatto che la geoingegneria solare potrebbe divenire un fondamentale problema di geopolitica nel ventunesimo secolo, richiamando quello delle armi nucleari nel ventesimo secolo, ma che in questo caso la geopolitica potrebbe risultare ancora più delicata e imprevedibile. Il motivo è che, rispetto all’acquisizione di armamenti nucleari, la tecnologia è relativamente semplice da implementare.

«Quasi ogni paese potrebbe permettersi di alterare il clima della Terra», scrive Keith, e ciò «potrebbe accelerare il cambiamento negli equilibri dell’energia globale, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza che, nel peggiore dei casi, potrebbero portare alla guerra». Le potenziali fonti di conflitto sono innumerevoli.

Chi controllerà il termostato della Terra? E se un paese accusasse un intervento di geoingegneria di avere provocato siccità o uragani?

Nessun trattato potrebbe bandire esplicitamente la geoingegneria, né è chiaro come un trattato del genere potrebbe operare.

Keith resta in dubbio sulla probabilità che gli esseri umani sappiano utilizzare saggiamente una tecnologia tanto potente.

Sostiene però che, con il crescere delle informazioni raccolte dagli scienziati riguardo i rischi della geoingegneria, la possibilità che questa venga adoperata senza scrupoli diminuiscono.

Sebbene il suo libro lasci senza risposta diverse domande su come governare la geoingegneria, un documento normativo che ha pubblicato su “Science” lo scorso anno le affronta in maniera più approfondita, proponendo la creazione di un’autorità governativa per controllare le ricerche e una moratoria sugli interventi di geoingegneria su larga scala, ma anche aggiungendo che non dovrebbero esistere dei trattati per regolare esperimenti in scala ridotta.

Hamilton sostiene che un simile approccio porterebbe i paesi a un conflitto che riguarderebbe inevitabilmente la geoingegneria.

La concessione impregiudicata di piccoli esperimenti potrebbe ostacolare l’urgenza degli sforzi politici mirati all’abbattimento delle emissioni, accrescendo, per contro, la possibilità di una utilizzazione della geoingegneria, poiché il fallimento dei tentativi mirati a contenere le emissioni porterà a un aumento delle temperature.

Hamilton accusa Keith di rifugiarsi in una «ingenua neutralità scientifica», aggiungendo che i ricercatori non possono «astenersi dalle responsabilità connesse all’uso o all’abuso delle loro tecnologie».

Potrebbe anche essere vero, ma a Keith va riconosciuto il merito di avere indirizzato l’attenzione su ipotesi rilevanti, anche quando pericolose. Accettare il concetto di antropocene significa riconoscere che gli uomini hanno il dovere di inventare soluzioni tecnologiche al disastro ambientale che hanno creato. Vi sono stati pochi progressi, però, nello sviluppo di procedure istituzionali per controllare una simile attività su scala globale. Senza dubbio servirebbe una discussione più approfondita su un rischio geopolitico apparentemente improbabile: quello di una guerra provocato dalla ingegneria del clima.

 

MIT TECHNOLOGY REVIEW

EDIZIONE ITALIANA 2/2014

SCENARI

Può l’influenza rischiosa dell’uomo sul destino dell’ambiente condurre a nuove forme di conflitto globale?

Eli Kintisch

emissioni, accrescendo, per contro, la possibilità di una utilizzazione della geoingegneria, poiché il fallimento dei tentativi mirati a contenere le emissioni porterà a un aumento delle temperature.

Eli Kintisch è autore di Hack the Planet: Science’s Best Hope– or Worst Nightmare – for Averting Climate Catastrophe (2010).

 

Dopo aver letto tutto questo vi lascio con le parole del Generale Fabio Mini…

“La guerra ambientale non è più solo un’ipotesi: è già in atto. Ma guai a dirlo: si passa per pazzi. Eppure, «negare l’informazione è già un atto di guerra fondamentale», denuncia il generale Fabio Mini, che conferma tutto: la “bomba climatica” è la nuova arma di distruzione di massa a cui si sta lavorando, in gran segreto, per acquisire vantaggi inimmaginabili su scala planetaria. Alluvioni, terremoti, tsunami, siccità, cataclismi. Uno scenario che, purtroppo, non è più fantascienza. E da parecchi anni. Era il lontano 1946 quando Thomas Leech, scienziato e professore israeliano-neozelandese, lavorò in Australia per conto dell’Università di Auckland con fondi americani e inglesi per provocare piccoli tsunami. Il successo del “Progetto Seal” spaventò Leech spingendolo a fermarsi dopo i primi test. Ma chi ci dice che la manipolazione del clima non sia stata portata avanti? Oggi, con la robotizzazione, per molte “operazioni” bastano poche persone. «Non ci sono vincoli, non ci sono regole, se c’è la possibilità di farlo ‘qualcuno’ lo farà». Non i governi, ma ristrette élite.”

Leggi anche: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=17573

NO GEOINGEGNERIA!!!…ADESSO.

 

 

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